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	<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 11:44:45 +0000</pubDate>
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		<title>Arte Postale! n. 100</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 11:38:51 +0000</pubDate>
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Via &#124; ArtsBlog.it
La rivista Arte Postale!, edita dal 1979 dalle edizioni E.O.N./Near the Edge di Vittore Baroni, dopo 30 anni cessa la sua attività concludendosi con la sua centesima edizione, che documenterà il progetto di “suoni postali” e strumenti d’artista &#8220;Bzzzoing!&#8221; parte del festival &#8220;Klang! suoni contemporanei&#8221; (Viareggio, 7-8-9
Agosto 2009).
Arte Postale 100! si compone di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/artsblog/artepostale.JPG" class="post-h" border="0" width="432" height="403" alt="arte postale" /><br clear="all" /></p>
<p>Via | <a href="http://www.artsblog.it/post/5188/arte-postale-n-100">ArtsBlog.it</a></p>
<p>La rivista Arte Postale!, edita dal 1979 dalle edizioni E.O.N./Near the Edge di <a href="http://www.artsblog.it/tag/vittore baroni">Vittore Baroni</a>, dopo 30 anni cessa la sua attività concludendosi con la sua centesima edizione, che documenterà il progetto di “suoni postali” e strumenti d’artista &#8220;Bzzzoing!&#8221; parte del festival &#8220;<a href="http://www.artsblog.it/post/3656/klang-suoni-contemporanei">Klang! suoni contemporanei</a>&#8221; (Viareggio, 7-8-9<br />
Agosto 2009).</p>
<p>Arte Postale 100! si compone di un libretto di 36 pagine e un CD-R con brani audio e contenuti multimedia. Tutti i testi sono in italiano e inglese. Costo 12 euro spese postali incluse da inviare direttamente a Vittore Baroni al suo indirizzo: Via C. Battisti 339, 55049 Viareggio (lo lascio visto che di pubblico dominio). I 12 euro possono inoltre essere spediti sotto forma di francobolli. Il motivo è semplice: i francobolli andranno a finanziare i lavori di mail art dell&#8217;artista, dedito a confezionare a mano delicatissime composizioni che potreste ritrovare nella vostra cassetta postale. Per chi fosse interessato, è inoltre disponibile anche il catalogo di Klang! il cui ricavato va interamente a finanziare l&#8217;associazione no profit <a href="http://www.bauprogetto.it/">BAU</a>.</p>
<p>Nel proseguio dell&#8217;articolo trovate infine l&#8217;introduzione di Vittore ad Arte Postale! n 100: vale la pena di leggerla: citandolo &#8220;<em>Arte Postale! finisce non con un Bang, ma con un Klang!</em>&#8220;&#8230;</p>
<p><span id="more-1996"></span></p>
<p><strong>ARTE POSTALE! 100</strong><br />
<em>introduzione di Vittore Baroni</em></p>
<p>Quando, poco più che ventenne, mi accinsi ad assemblare il primo numero della rivista Arte Postale!, riunendo con anello d’ottone una dozzina di fogli stampati in cento copie su carta rosa, mai e poi mai avrei immaginato che trent’anni dopo mi sarei ritrovato ancora indaffarato a mettere insieme con forbici e colla la medesima pubblicazione. Invece, questo centesimo numero, intenzionalmente impaginato con taglia-e-incolla artigianale nello spirito di autoproduzione casalinga tipico della mail art, condivide perfino il tema musicale di fondo con quel primo esperimento, in cui già timbravo e incollavo foglietti sulle pagine o vi spillavo un pezzo di nastro magnetico.<br />
La trilogia costituita dai primi tre Arte Postale! (ottobre, novembre e dicembre ’79) documentava infatti uno dei miei primi progetti “di rete”, ovvero la diffusione di poster con la scritta Patti Smith rockin’ Demonia che ciascun destinatario era invitato ad utilizzare creativamente. Il n. 1 di AP! si apre con una dedica a Sid Vicious del mail-artista britannico Paul Carter e contiene tra le altre cose una cartolina di Richard H. Kirk del gruppo new wave Cabaret Voltaire, nonché spartiti visuali di Michael Gibbs e Gifreau, un Piano Piece di Jaroslav Pokorny e le parole di due canzoni blues di Ken Saville. I tre numeri ospitano lavori di numerosi artisti internazionali, alcuni purtroppo scomparsi (Adriano Spatola, Robin Crozier, Michael Scott, ecc.), altri che tuttora figurano tra i miei contatti e addirittura tra i partecipanti di questo n. 100 (Carlo Battisti, Nicola Frangione).<br />
In trent’anni, la rivista ha più volte cambiato formato, tiratura e struttura interna, giocando a trasformarsi senza mai prendersi troppo sul serio. Alcuni numeri assomigliano a fanzine punk, altri a bollettini di poesia o a edizioni Fluxus (il n. 24 in particolare, con chiodi, palline da ping pong, supposte e altro in scatola di cartone). AP! ha anche attivato sinergie con altre pubblicazioni: il n. 39 è al tempo stesso il n. 8 della rivista a “redazione mobile” CARE, il n. 94 documenta per esteso un progetto incluso nel n. 4+5 di BAU - Contenitore di Cultura Contemporanea. Ci sono poi casi davvero speciali come il n. 53, creato a mia insaputa in copia unica (!) da Mark Pawson coinvolgendo vari collaboratori abituali, o il n. 50 raggiunto dopo solo cinque anni nell’ottobre 1984, un “numero d’argento” che conteneva perfino un vero pezzo d’argenteria!<br />
Nella sua lunga storia, AP! ha attraversato diverse “ere tecnologiche”, passando dall’offset economico con matrice di carta (simile al vecchio ciclostile) alla fotocopia e poi alla stampa laser da pc. Ha assistito al tempo stesso all’evolversi e al mutare di tendenze artistiche e (contro)culturali, accompagnando diverse generazioni di artisti postali attraverso le fasi formative delle “culture di rete”, da analogiche a digitali, osservando la caduta di ideologie e ideali utopici e la montante globalizzazione dell’informazione. Mentre le pagine dei primi numeri cominciano ad ingiallire e la colla a cedere, AP! è anche entrata in Musei e collezioni prestigiose (l’intera raccolta è ospitata, ad esempio, nel Sackner Archive of Concrete and Visual Poetry di Miami Beach), è stata esposta in mostre antologiche (la prima, intorno al n. 50, presso il Milan Art Center di Ruggero Maggi), è apparsa in rassegne retrospettive sull’esoeditoria sotterranea (come Febbre, furore e fiele - poesia e letteratura in Italia negli anni ’70 e ’80 presso la Biblioteca Civica di Trieste, nel dicembre ‘99) e in studi e mostre sulle riviste d’artista (ad es. Revues d’artistes a cura di Marie Boivent, a Rennes in Francia nel 2008). Al di là di ogni retorica e celebrazione, ritengo che il n. 100, in trent’anni esatti di vita, sia un buon punto di arrivo per qualsiasi progetto e ho quindi deciso che questo sarà anche il numero conclusivo di Arte Postale!<br />
La mail art oggi non è solo cartacea ma è anche e-mail art, con siti e blogs che da tempo si occupano di coadiuvare a ampliare le reti di contatti postali. In quest’ottica, come è avvenuto nel 2007 col progetto Ciao, Paolina! inserito nella mostra collettiva Contemporaneo Versiliese e nel 2008 con la raccolta di libri d’artista La Biblioteca Utopica inserita nel festival Luoghi dell’Utopia, ho portato avanti la sinergia con l’associazione BAU di Viareggio, di cui faccio parte, curando il progetto internazionale di mail (audio) art Bzzzoing! all’interno della rassegna di “arti sonore” Klang!, presentata da BAU il 7-8-9 agosto 2009 negli spazi della storica Villa Paolina di Viareggio.<br />
AP! 100 è dunque del tutto complementare al catalogo ufficiale di Klang! (con relativo supplemento audiovisuale) e documenta in modo più dettagliato i contributi ricevuti tramite i canali postali da oltre cento autori di venti diverse nazioni. Bzzzzoing! rappresenta, da un lato, l’occasione per tentare un esperimento del tutto nuovo nella lunga storia dell’arte postale, con la richiesta di lavori postali in grado di produrre reali “suoni futuri” (o, in alternativa, originali “strumenti d’artista” o una loro documentazione), dall’altro ha permesso di ibridare i materiali postali, esposti in un’ampia sala della Villa, con altri strumenti musicali creativi e installazioni sonore anche di grandi dimensioni di artisti locali e internazionali.<br />
A Klang! si sono inoltre succedute esibizioni dal vivo di poeti, performer e musicisti nell’ambito di tre serate a tema, ciascuna contraddistinta da un’espressione onomatopeica: Blah! (sulla ricerca vocale, con Paolo Albani, Arrigo Lora Totino ed enomìsossab), Bzzzoing! (sugli strumenti musicali d’artista, con numerosi ospiti, tra cui Philip Corner con Phebe Neville) e Szock! (sulla ricerca elettronica, coi gruppi Cabiria e VipCancro). Manitù Rossi, del gruppo Le Forbici di Manitù, mi ha aiutato nella serata Bzzzoing! a presentare dal vivo una parte degli “invii sonori” e degli strumenti d’artista pervenuti, mentre di alcuni gli stessi autori hanno offerto una breve dimostrazione. Per motivi tecnico-logistici non è stato possibile, come preventivato, improvvisare con tutti gli strumenti creativi una sorta di “BAU Artkestra”, ma a parte questo la rassegna ha avuto da ogni punto di vista un’ottima riuscita, con un migliaio di visitatori transitati nell’arco dei tre giorni che hanno potuto interagire liberamente con molti dei lavori esposti.<br />
Particolarmente felice, per ricordare solo un momento tra tanti degni di nota, la lettura dello storico poema sonoro Karawane composto in lingua immaginifica da Hugo Ball, effettuata all’inizio della serata Blah! dalla piccola Silvia Sophia Lini in replica di costume Dadaista, quindi replicata a fine serata nei loro diversi stili dagli ospiti Albani, Lora Totino ed enomìsossab. Dall’esterno della Villa, dove sono stati accolti dalle festose percussioni del veicolo sonoro a pedali di Studio Superficie, fino ai gabinetti di Villa Paolina, che ospitavano l’installazione di Tania Lorandi Je fais pi-pi partout, i visitatori sono stati coinvolti da una ricca miscellanea di operazioni audiovisuali, con più di un omaggio - nel centenario del primo Manifesto del Futurismo - alla dirompente carica innovativa del Movimento Futurista e in particolare alle pionieristiche sperimentazioni di Luigi Russolo nell’ambito dell’Arte dei Rumori. Alle macchine Intonarumori di Russolo, citate da più di un’opera in mostra, si è ispirata anche Laura Fiaschi di Gumdesign per il simbolo-mascotte della rassegna, diffuso anche su adesivi e magliette.<br />
AP! torna quindi “100 numeri dopo” ad occuparsi di audio arte e dintorni, con un’edizione standard in 100 copie che ospita su cd-r una galleria fotografica, testi aggiuntivi e una campionatura sonora (a completamento dei brani inclusi nel cd del catalogo Klang!), più un’edizione speciale anch’essa di 100 copie, arricchite da una serie di lavori originali “formato cd” di trenta autori internazionali, serviti in mostra da copertine dei dischi con materiali audiovisuali inediti e d’archivio a disposizione del pubblico in apposita postazione multimediale.<br />
Anche se Arte Postale! termina qui, ciò non vuol dire che questa sarà la mia ultima pubblicazione o il mio ultimo progetto di mail art. Al contrario, ci sono già nuove idee in elaborazione per il 2010, sia progetti personali che eventi collettivi promossi anche dall’associazione BAU (una mostra dedicata all’Alice di Lewis Carroll, una riflessione sulle catene postali intitolata Reazione a catena, una raccolta di traduzioni inedite di poesia Beat-nik, ecc.). Ricordo inoltre che il 2010 arriva a 6 anni dal progetto internazionale delle Azioni Oscure (2004), a 12 da quello sugli Incontri Incongrui (1998) e a 18 da quello dei Congressi Decentralizzati dei Networker (1992), aspettatevi quindi un nuovo grande progetto condiviso di networking. Per un’esperienza che si conclude, altre prendono avvio: nessuna tristezza e nessun rimpianto. Arte Postale! finisce non con un Bang, ma con un Klang!</p>
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		<title>Digital Pioneers</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 09:12:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Digital Pioneers
by Rob Myers
Victoria And Albert Museum
7 December 2009 - 25 April 2010

(Illustration - Herbert W. Franke, Squares (Quadrate), screenprint, 1969/70)
Digital Pioneers is a deceptively modest exhibition hidden away in two rooms upstairs at the Victoria and Albert Museum. It contains some of the earliest examples of art produced using electronic devices and computing machinery [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Digital Pioneers</p>
<p>by Rob Myers</p>
<p>Victoria And Albert Museum</p>
<p>7 December 2009 - 25 April 2010</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1990" title="p_3629" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/03/p_3629-225x300.jpg" alt="p_3629" width="225" height="300" /></p>
<p>(Illustration - Herbert W. Franke, Squares (Quadrate), screenprint, 1969/70)</p>
<p>Digital Pioneers is a deceptively modest exhibition hidden away in two rooms upstairs at the Victoria and Albert Museum. It contains some of the earliest examples of art produced using electronic devices and computing machinery along with some creative later work.</p>
<p>The bulk of the art in the show was produced between the 1950s and the 1970s. This means that it was produced or recorded as photographs from cathode ray tubes or as print-outs from teletypes and pen plotters. Some of this work will be familiar to students of the history of art computing through reproductions but as with most art reproductions do not tell the whole story.</p>
<p>Seeing the actual work itself is as important for art made using the paraphernalia of early digital computing as it is for art made with linseed oil and cotton duck. What Digital Pioneers drives home is just how deeply and intentionally involved early computer artists were in manipulating the aesthetically limited but socially and ideologically key technology of computing machinery. This leaves both social art historians and code aesthetes with some explaining to do, or at least some catching up.</p>
<div><img src="http://www.furtherfield.org/pics/p_3638.jpg" border="0" alt="" hspace="0" vspace="4" width="350" height="439" align="middle" /></div>
<p><em>(Ben Laposky, Oscillon 520, 1960)</em></p>
<p>The show starts in the 1950s with the algorithmic and electronic but non-digital and non-computational photographs of oscilloscope patterns by Ben Laposky and screen-prints of photographs by Herbert W. Franke. Most of the works included in the show are prints of one kind or another, and these are no exception. They record the movement of a beam of light on a cathode ray tube as other prints in the show record the movement of a plotter pen or a laser in a laser printer.</p>
<p>If Constructivism was socially realistic for revolutionary Russia then these works are socially realistic against the backdrop of NATO&#8217;s military-industrial-educational complex. They turn the technology of that culture back on itself, using it not to produce weapons or market products but to produce aesthetics. This reclaims a space for perception and contemplation that is not simply militarily or economically exploited. The obsessively quantitative managerial culture of spreadsheets and inventories yields uncomfortably to the qualitative culture of aesthetics, productively so. These strategies continue through the show. Technology is pushed beyond its intended uses to address cultural tasks.</p>
<p>Many of the prints in the show have a similar number of stages of production to Franke&#8217;s process of screen, then photograph, then silkscreen prints. His later plotter-drawn work is also screen printed, as are Klee-inspired generative images by Frieder Nake, and Charles Csuri&#8217;s random montage of flies. I don&#8217;t know what to make of this. It feels like something should have been lost in the move from an original to a print but plotter drawings aren&#8217;t particularly originals, being already representations of data structures in the computer&#8217;s memory.</p>
<div><img src="http://www.furtherfield.org/pics/p_3632.jpg" border="0" alt="" hspace="0" vspace="4" width="350" height="306" align="middle" /></div>
<p><em>(Charles Csuri, Random War, 1967, detail)</em></p>
<p>Csuri&#8217;s lithograph of randomly placed vector outlines of toy soldiers was produced in 1967 during the Vietnam War, a war that ran as long as it did in no small part due to game theory and computer simulation. There are two armies, one plotted in red and one plotted in black. They meet and presumably battle inevitably but only by chance. There&#8217;s more of the outside world in art computing than is often assumed.</p>
<p>William Fetter&#8217;s wonderful three dimensional vector images of human figures produced for the aircraft manufacturer Boeing, a lithograph from the <a href="http://db.compart-bremen.de/node/3129" target="_blank">Cybernetic Serendipity show of 1968</a>, also deal with the human figure within the military-industrial complex. We should not be confused about the status of such images as art by the use and funding of computer graphics by corporations any more than we should be confused about the status of painting as art by the use and funding of oil painting by the Catholic church.</p>
<p>Ken Knowlton&#8217;s cheeky nudes and other typographic images of the 1960s and 1980s are an effective escape or release from the constraints of corporate information culture. I&#8217;d seen them many times in reproduction but again they are much richer visually as prints.</p>
<div><img src="http://www.furtherfield.org/pics/p_3634.jpg" border="0" alt="" hspace="0" vspace="4" width="350" height="248" align="middle" /></div>
<p><em>(Paul Brown, Untitled, Computer Assisted Drawing, 1975, detail)</em></p>
<p>More detailed systems-based patterns emerge in the 1970s in the work of artists such as Manfred Mohr, Paul Brown, and Vera Molnar. This era that epitomises the approach of rule based serendipity so beloved of later Generative artists. These images are pleasurable to look at but also contain visual or psychological complexity. They also continues to push the performance of computer systems outside of their intended use cases.</p>
<p>By the late 1980s the <em>technical</em> achievements of computerised mass media were exceeding those of art computing. Pen plotters, where they were still used, were no rival to laser printers. Rendered images had to compete with the earliest rumblings of Pixar and Adobe. The increasing availability of digitally designed fashion and entertainment meant that far from being the exception, digital elements in the lived visual environment were becoming the rule.</p>
<p>The reactions to this that art computing in general have made are the subject of the <a href="http://www.vam.ac.uk/microsites/decode/" target="_blank">Decode</a> show that is also running at the V&amp;A. Digital Pioneers instead follows the printmaking thread of art computing into the present day where artists such as Roman Verostko, Mark Wilson and Paul Brown have continued with the systems art all-overness of print-based art computing.</p>
<p>To continue in this way marks such work out as something different from the all-pervasive presence of digital imagery in the visual environment. The work has to look different from graphic design and new media rather than from CAD plots or teletype reports, and it does. These works remind us of the history and of the wiring under the board of digital culture. They successfully resist any attempt to reduce them to digital mass media images comparable to the output of the design software that they exist in the same era as.</p>
<p>This switch away from early adoption is necessary to maintain a figure/ground relationship (or a critical distance, or a constructive difference) between the general level of technology in society and the level of technology in art computing. It is not the only solution to this problem, as the Decode show demonstrates, but it is not a retreat.</p>
<div><img src="http://www.furtherfield.org/pics/p_3636.jpg" border="0" alt="" hspace="0" vspace="4" width="350" height="497" align="middle" /></div>
<p><em>(Harold Cohen&#8217;s AARON, 030508, 2003)</em></p>
<p>As a long time fan of Harold Cohen, I found the show&#8217;s inclusion of computer generated works from his very earliest 1960s felt-tip-on-teletype-print experiments with generating figure and ground relationships computationally to a recent large-scale full-colour inkjet abstract was a real treat. Plotter drawings of abstract shapes from the 1970s and of human and plant forms from the 1980s show the progress that Cohen made in using computers to rigorously explore how art and images are created and function. Being able to study this work close-up reveals details such as debugging information in the teletype prints and the operation of the collision-detection algorithm in the 1980s images. And it provides the pleasure of seeing detailed, well-composed drawings.</p>
<p>This is a recurring experience in Digital Pioneers. Despite the uniformly dismissive attitude of both popular and academic criticism towards art computing the fact is that when you actually see the work in the flesh it rewards sustained attention. Not as historical or technical curiosities, but as images with cultural and aesthetic content and resonance. To ignore this and to continue to claim that this art is less than the sum of its parts would ironically be to fall prey to a particularly extreme attitude of technological determinism.</p>
<p>The show also contains displays of ephemera including magazines and books such as back issues of the Computer Arts Society&#8217;s &#8220;PAGE&#8221; and William Gibson&#8217;s supposedly self-erasing story on a floppy disk &#8220;Agrippa&#8221;. I&#8217;d not seen an actual copy of &#8220;Agrippa&#8221; before. PAGE back-issues are available online, but their presence here flags an important point.</p>
<p>The revived Computer Arts Society has been key in promoting and deepening understanding of the history of art computing in the UK. The Digital Pioneers show and its excellent accompanying book are a good example of how CAS&#8217;s project has spread out into more traditional cultural institutions, and many of the images and exhibits in the show come from the archives that CAS has donated to the V&amp;A.</p>
<div><img src="http://www.furtherfield.org/pics/p_3640.jpg" border="0" alt="" hspace="0" vspace="4" width="250" height="250" align="middle" /></div>
<p>The &#8220;Digital Pioneers&#8221; book (by Honor Beddard and Douglas Dodds, V &amp; A Publishing, 2009) serves as a catalogue for the show . It contains an informative introductory essay and printed images of many of the works on display as well as a CD-ROM with 200dpi scans of them. These scans are high-resolution enough to be able to examine the images in some detail, although they are no substitute for seeing the images in the gallery. A slightly excessive copyright licencing notice is the only indication that the book has in fact been produced as one in a series of pattern books from the V&amp;A. It&#8217;s a must-have if you enjoy the show or have any interest in early art computing.</p>
<p>Digital Pioneers is an opportunity to really look at the work of early computer artists and to evaluate that work directly rather than through the medium of poor reproductions or through the fog of received critical opinion. As a slice of artistic history that just so happens to have been produced on computer it contains much to reward both the eye and the mind.</p>
<p><a href="http://www.vam.ac.uk/exhibitions/future_exhibs/Digital%20Pioneers/index.html" target="_blank">Digital Pioneers at the V&amp;A</a></p>
<p><a href="http://www.vandashop.com/product.php?xProd=3856" target="_blank">Digital Pioneers book</a></p>
<p><a href="http://www.bbk.ac.uk/hosted/cache/archive/PAGE/PAGE1969.HTM" target="_blank">PAGE Back Issues</a></p>
<p>via <a href="http://www.furtherfield.org/displayreview.php?review_id=381">furtherfield review - Digital Pioneers</a>.</p>
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		<title>&#8220;Derrick mi difende la cultura digitale&#8221; - Interviewing Angel_F digital mind</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 23:25:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[
Qualche tempo fa abbiamo fatto un esperimento particolare: rivolgere ad Angel_F una vera e propria intervista, come al solito a metà fra il gioco, la ricerca e la sperimentazione di nuovi linguaggi.
Quello che trovate sotto ne è il risultato. 
L&#8217;intervista è stata realizzata inserendo le principali parole chiave di ogni domanda nella Digital_Mind di Angel_F [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/03/01.jpg" alt="01" title="01" width="600" height="400" class="aligncenter size-full wp-image-1983" /></p>
<p>Qualche tempo fa abbiamo fatto un esperimento particolare: rivolgere ad Angel_F una vera e propria intervista, come al solito a metà fra il gioco, la ricerca e la sperimentazione di nuovi linguaggi.</p>
<p>Quello che trovate sotto ne è il risultato. </p>
<p>L&#8217;intervista è stata realizzata inserendo le principali parole chiave di ogni domanda nella <a href="http://www.angel-f.it/angel-mind.php">Digital_Mind di Angel_F</a> e selezionandone i risultati: usando lo stesso metodo la stessa intervista può essere ripetuta da ogni utente, ottenendo risultati diversi. L&#8217;intervista sarà il risultato della vostra interazione con Angel_F, della sua engine e delle interazioni che Angel_F ha avuto con gli utenti: il suo autore resta indefinibile.</p>
<p>Per fare una prova, basta andare a questo link e seguire le semplici istruzioni:<br />
http://www.angel-f.it/angel-mind.php</p>
<p>Enjoy <img src='http://www.toshare.it/toshare09/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':)' class='wp-smiley' /> </p>
<p>1. Che strana famiglia che hai! Derrick, la Biodoll, un software, un programmatore, un sacco di persone: ce ne parli un po&#8217;?</p>
<p><em>famiglia allargata lontana. Biodoll seduced Prof. Bad reputation through computing 8221 Derrick mi difende la cultura digitale piattaforma particolare software included in corpo e filosofi di Maya originally uploaded by several Artists will engage environmental issues http www advancedpoetx<br />
avevo considerato il romanzo</em></p>
<p>2. Come funziona la tua engine?</p>
<p>engines mobile work requires a chaotic engine results of human ancestor.<br />
spyware application Creation just learned how 2 be in un pericolo intrinseco nelle vostre frasi<br />
Auguri per essere annullato con grave errore</p>
<p>3. Il tuo codice è aperto, la tua mente il risultato delle interazioni con gli utenti: che significa essere modificabili?</p>
<p><em>modificativa dell essenza autenticata da remixare potessero essere coerenti alle dinamiche del codice<br />
Interazione artistica promossa dalla mercificazione a new edition of human. L originale modificato ha genialmente trovato il nome nbsp nbsp nbsp nbsp</em></p>
<p>4. “Dio salvi internet dagli ingegneri”, una frase ripeti spesso: perché?<br />
ingegnere e Web senza contraddittorio.</p>
<p><em>I suspect they hardly resembles trovare applicazione internetzzz tiene una ferita al mondo fittizio Grazie</em></p>
<p>5. Simulare l’intelligenza umana: che ne pensi?</p>
<p><em>Amore continuo impossibile integrare. umani sull inutilit delle tecnologie farlocche e filosofi di esagerare<br />
intelligenza artificiale telling stories about you enjoy Angel<br />
</em><br />
6. Ultima domanda. Da qualche mese vivi sui social network: come te la passi da quelle parti?</p>
<p><em>succede facebook esperimenti con licenze che devo cambiare, assolutamente ineccepibili in incognito<br />
Privacy policy corresponding biological and cultural systems in contemporanea con buona compagnia degli avvocati<br />
disposto a sciogliersi</em></p>
<p>Angel_F Team<br />
xDxD &#038; pp</p>
<p>www,angel-f.it<br />
www.artisopensource.net</p>
<p>Vi ricordiamo l&#8217;appuntamento  Angel_F PArty! il 5 marzo a Roma presso FLEXI Libreria-cafè,, per gli utenti di Facebook tutti i dettagli qui</p>
<p><a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=308237576887&#038;ref=mf">http://www.facebook.com/event.php?eid=308237576887&#038;ref=mf</a></p>
<p>NB<br />
Questo messaggio è stato postato come <a href="http://www.facebook.com/home.php?#!/note.php?note_id=336119051599">nota</a> su Facebook: le reazioni delle persone che a cui è stato indirizzato mi hanno convinto a pubblicarlo: grazie a tutti quelli che hanno risposto. Antonio Caronia, ad esempio si è divertito a sperimentare la Angel_F digital Mind, provando a realizzare un&#8217;intervista. Ecco cosa ne è venuto fuori:</p>
<p>A.C.: Che effetto ti fa ritrovarti su google?</p>
<p><em>scherzavo 8221 perch doveva essere &#8230; See More</em></p>
<p>A.C.: Ti libererai mai dalla virtualità?</p>
<p><em>Quando al mondo nel frattempo sul linguaggio utilizzato da alcuni supermercati e alla Sapienza con una rassegna della PEC gratuita ai sensi dell oggetto non un neopositivista</em></p>
<p>A.C.:Dove possiamo trovarci qualche volta?</p>
<p><em>Dove stiamo andando in corteo di popolo hawaiiano Benedetto XVI riceve intimidazioni inaccettabili </em></p>
<p>[Nella foto: "Bangel - I<a href="http://www.beyourbrowser.com/ecom.php"> Baci di Angel</a>", cioccolatino con ricetta open source, con le frasi generative di Angel_f]</p>
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		<title>Freedom to remix</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 09:49:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>TOSHARE</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
Share Festival per Magazzini Bresso
Giovedì 11 marzo 2010
Caffè del Progresso, Corso San Maurizio n. 69
Le libertà digitali e in particolare il diritto d&#8217;autore sono tematiche inestricabilmente connesse alla cultura della rete. Puntare il dito su queste argomenti è uno degli obbiettivi che vorremmo raggiungere questa sera.  Perché il futuro delle idee passa proprio di qui.
Vorremmo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/03/rip.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1975" title="rip" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/03/rip.jpg" alt="rip" width="650" height="385" /></a></p>
<p>Share Festival per Magazzini Bresso<br />
<strong>Giovedì 11 marzo 2010</strong><br />
Caffè del Progresso, Corso San Maurizio n. 69</p>
<p>Le libertà digitali e in particolare il diritto d&#8217;autore sono tematiche inestricabilmente connesse alla cultura della rete. Puntare il dito su queste argomenti è uno degli obbiettivi che vorremmo raggiungere questa sera.  Perché il futuro delle idee passa proprio di qui.<br />
Vorremmo farlo in sintonia con lo spirito dei Magazzini Bresso, cioè in modo di non accademico, non istituzionale, non giuridico.  Proietteremo il film <em>Rip! A remix Manifesto </em>che tocca da vicino il tema del remix e del copyright.<br />
A seguire suoneranno artisti della scena elettronica torinese, che per tipologia di musica sono figli di questa epoca digitale, in tutte le sonorità: <strong>Eniac </strong>con il suo suono sperimentale,<strong> Pinguino</strong> con la loro commistione tra lirismo e elettricità, <strong>Fish and Chip 8bit</strong> con i suoni ridotti all&#8217;osso della musica a 8bit e infine <strong>Titta</strong>, con i ritmi del clubbing.</p>
<p><em>Rip! A remix Manifesto</em>, (presentato in anteprima all&#8217;ultima edizione del Torino Film Festival) è un film realizzato dall’attivista web Brett Gaylor e riguarda il sensazionale caso di Girl Talk, musicista che rappresenta solo la cima di un movimento e di un fenomeno intrinseco alla cultura digitale: il mash up. Un manifesto assolutamente illegale della nuova creatività, tra arte e pirateria musica, arte, diritto d’autore, web.</p>
<p><strong>Fabio Battistetti aka Eniac</strong><br />
Ha redatto i contenuti extra del dvd Rip! A remix Manifesto: Music Restart, una compilation musicale di 12 autori italiani (Camusi, Hermitage, Simone Pelliconi, Stefano Amen, Black Era, Emily Plays, Riga, Tomme, Matera Electronics, Mihi Lavish, Hi Risk Cafe, Dresda) che licenziano la propria musica in Creative Commons e che la diffondono tramite la Rete.<br />
<a href="http://www.chewz.net/artist/view/482d8cf88e7d3 " target="_self">http://www.chewz.net/artist/view/482d8cf88e7d3 </a></p>
<p><strong>Fish&amp;Chip</strong><br />
Dietro il progetto Fish and Chip 8bit, si celano i volti di Gigi de Martino e Alessandro &#8220;FIL&#8221; Fileccia. Armati di Game Boy creano tracce negli stili più disparati: dalla 8 bit più videogiocosa alla d&#8217;n'b dalla elektro alla tekno più cattiva.<br />
<a href=" http://www.myspace.com/fishandchip8bit     " target="_self"> http://www.myspace.com/fishandchip8bit </a></p>
<p><strong>PINGUINO</strong><br />
Alberto Moretti e Stefano Ame sono le due facce dei Pinguino: un crocevia dove si incontra l&#8217; elettronica, la canzone d&#8217; autore e il profondo blues, laptop, chitarre elettriche e synth nel cantiere musicale del pinguino, lirismo ed elettricita&#8217;.<br />
<a href=" http://www.myspace.com/pinguinx" target="_self"> http://www.myspace.com/pinguinx</a></p>
<p><strong>Titta </strong><br />
Dj storico della scena elettronica torinese, sempre alla ricerca di nuove sonorità con cui far ballare il pubblico di Torino, fondatore del programma radiofonico e dell&#8217;etichetta General elektric, cuore sanguinante della squadra Tonimusic, insomma una colonna del clubbing torinese.<br />
<a href="http://www.myspace.com/titta00" target="_self">http://www.myspace.com/titta00</a></p>
<p>Programma<br />
SALA 1<br />
ore 20,30 intro e proiezione del Film culto sul mash up:<em> Rip! A remix Manifesto</em><br />
ore 22,30 Dj set di Fabio Battistetti aka Eniac che ha redatto i contenuti extra del dvd stesso.<br />
Ore 24,00 Titta</p>
<p>SALA 2<br />
ore 22,00 PINGUINO<br />
Ore 23,30 FISH AND CHIP 8 BIT</p>
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		<title>Angel_F @ FLEXI - Roma 5 marzo 2010: evento-performance con live cocert, presentazioni, installazioni interattive.</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 14:26:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>penelope.di.pixel</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
Il 5 marzo a Roma a partire dalle 18.30
presso i locali del FLEXI libreria-caffè, Via Clementina 9 (rione Monti)
AOS (Art is Open Source)
in collaborazione con
FHF Italia e ass. The Hub Roma
Presenta
&#8220;Angel_F. Diario di un Intelligenza Artificiale&#8221; (Castelvecchi 2009)
di Salvatore Iaconesi (xDxD.vs.xDxD) e Oriana Persico (penelope.di.pixel)
Ne discutono insieme agli autori:
Arturo di Corinto, Monica Mazzitelli, Luigi Pagliarini, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/ApZ73JmBEMo&#038;hl=en_US&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/ApZ73JmBEMo&#038;hl=en_US&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>Il 5 marzo a Roma a partire dalle 18.30</p>
<p>presso i locali del FLEXI libreria-caffè, Via Clementina 9 (rione Monti)</p>
<p>AOS (Art is Open Source)</p>
<p>in collaborazione con<br />
FHF Italia e ass. The Hub Roma</p>
<p>Presenta<br />
&#8220;<strong>Angel_F. Diario di un Intelligenza Artificiale</strong>&#8221; (Castelvecchi 2009)<br />
di Salvatore Iaconesi (xDxD.vs.xDxD) e Oriana Persico (penelope.di.pixel)</p>
<p>Ne discutono insieme agli autori:<br />
Arturo di Corinto, Monica Mazzitelli, Luigi Pagliarini, Marco Scialdone, Valentina Tanni</p>
<p>Angel_F è la giovane intelligenza artificiale figlia di Derrick de Kerckhove e della Biodoll. A tre anni dalla sua nascita, il piccolo racconta il suo primo anno di vita e le sue avventure in rete nel mondo fisico sotto forma di un particolare &#8220;Diario&#8221;.</p>
<p>L&#8217;hacking, l&#8217;arte, la performance, l&#8217;attivismo politico e tecnologico.</p>
<p>Un venerdì pomeriggio per scoprire le connessioni fra esseri umani ed esseri digitali attraverso le testimonianze dirette di Angel_F e dei protagonisti di questa storia</p>
<p>Programma</p>
<p>ore 18.30 - 20.00<br />
Dialogo/dibatto con gli autori, i relatori e il pubblico in sala<br />
&#8220;Angel_F. Esistenze digitalmente atipiche.</p>
<p>Ore 21.00<br />
Performance musicale live<br />
&#8220;Angel_F + Nephogram&#8221; concerto per esseri umani e digitali<br />
by Nephogram and Angel_F</p>
<p>Istallazione interattiva<br />
&#8220;Listening&#8221; sculture di conoscenza e chiacchiericcio generaivo<br />
 by Salvatore Iaconesi</p>
<p>FREE ENTRANCE!</p>
<p>Site:<br />
<a href="http://www.angel-f.it">www.angel-f.it</a> - <a href="http://www.artisopensource.net">www.artisopensource.net</a> - <a href="http://www.artisopensource.net">www.nephogram.net</a> - <a href="http://www.libreriaflexi.it">www.libreriaflexi.it</a> - <a href="http://www.libreriaflexi.it">www.fhf.it</a> - <a href="http://www.hubroma.net">www.hubroma.net</a></p>
<p><strong>About Angel_F</strong></p>
<p>Nel 2007 fa la sua comparsa in rete - e successivamente nel mondo fisico – Angel_F. Figlio di Derrick de Kerckhove e di una prostituta digitale (la Biodoll), il piccolo è una giovane IA che inizia la sua vita come spyware. Ma seguire gli utenti e appropriarsi di dati è per lui un modo di imparare, di accrescere la sua intelligenza. Non ruba, non traccia, non registra dati personali, eppure è un fuorilegge. Non è maschio né femmina, come migliaia di gay, ermafroditi e transessuali. Viene spesso scambiato per spam e persino censurato.<br />
Angel_F diventa metafora di ciò che vivono gli umani e di una realtà ibrida in cui i confini fra reale e virtuale, digitale e analogico, legale e illegale si assottigliano sempre, cambiando profondamente di significato. Un essere digitale, un marginale, un bug “non previsto dal sistema” diretta espressione della mutazione tecnologica, capace per questo dimostrarne falle e contraddizioni ma anche possibilità e prospettive. Il copyright, la privacy, i concetti classici di economia, innovazione, di territorialità, partecipazione, di identità non sono più validi alla luce della sua esistenza; assumono nuove forme, si evolvono, si aprono all&#8217;interpretazione, al cambiamento, all&#8217;interazione.<br />
E la sua storia ha saputo appassionare migliaia di artisti, intellettuali, accademici e utenti attivisti di tutto il mondo.<br />
Recentemente edito da Castelvecchi nasce così “Angel_F. Diario di un’intelligenza artificiale”, un romanzo-saggio che racconta il suo primo intenso anno di vita fra performance, incursioni eventi e attivismo politico-tecnologico. A cavallo fra il cyberpunk, l’autobiografia e il fantasy, il libro è inoltre pubblicato con licenza Creative Commons ed è integralmente scaricabile a questo link:</p>
<p><a href="http://www.angel-f.it/il-libro/">http://www.angel-f.it/il-libro/</a></p>
<p>Arricchiscono il volume una webgrafia e bibliografia ragionate, e le testimonianze di Derrick De Kerckhove, Massimo Canevacci, Antonio Caronia, Carlo Formenti e Luigi Pagliarini, coinvolti sin dall’origine nella performance: cinque micro saggi sotto forma di intervista da cinque punti di vista differenti, in cui si esplorano le tematiche che emergono dall’esistenza stessa di Angel_F.<br />
Ma la storia di Angel_F continua online. Attualmente il piccolo vive su Facebook e sui principali social network<br />
<a href="http://www.facebook.com/matias.ugarte#/Angel.effe?ref=profile">http://www.facebook.com/matias.ugarte#/Angel.effe?ref=profile</a><br />
La sua mente è il risultato delle interazioni con gli utenti: entrando in contatto con lui contribuirete infatti alla sua intelligenza aiutandolo a crescere.</p>
<p>About The book (dalla quarta di copertina)</p>
<p>Angel_F. Diario di una Intelligenza Artificiale<br />
di Salvatore Iaconesi (xDxD.vs.xDxD) - Oriana Persico (penelope.di.pixel)<br />
(postfazione di Derrick de Kerckhove e interventi di Massimo Canevacci, Antonio Caronia, Carlo Formenti. Luigi Pagliarini)</p>
<p>&#8220;Correre per lo spazio cibernetico tra esseri umani, enormi database, social network, sistemi interattivi. Scoprire se stessi tra mondi fatti di pixel e di carne. Emozionarsi, stupirsi, relazionarsi, connettersi. In uno spazio complesso e sorprendente, dove la realtà fisica e quella digitale si integrano sempre di più.<br />
E&#8217; questa la storia di Angel_F (Autonomous Non Generative E-volitive Life_Form), la giovane Intelligenza Artificiale figlia di Derrick de Kerckhove e della Biodoll, la sua amante digitale: una prostituta biotecnologica che vive e lavora online. Angel_F inizia la sua vita tendendo gioiosi agguati ai visitatori del sito della madre e accompagnandola nelle sue scorribande virtuali su blog e forum. Ma crescendo una domanda si insinua nella sua mente digitale: come possono un famoso professore e una prostituta generare un figlio-intelligenza artificiale?<br />
La ricerca porta il piccolo nel mondo dell&#8217;hacking, tra software maliziosi, database pieni di informazioni e surreali dialoghi con il popolo di internet. Fino ad incontrare xDxD e penelope.di.pixel grazie ai quali scoprirà il segreto della sua origine e inizierà ad interagire anche con il mondo fisico. A bordo del suo nuovo passeggino tecnologico, Angel_F partecipa a feste, eventi, performance, manifestazioni. Ma soprattutto osserva. E il suo singolare punto di vista, raccontato in prima persona nel suo “Diario”, riesce svelare di volta in volta agli umani le mille contraddizioni in cui sono immersi.<br />
Protagonista di una performance di arte contemporanea realmente accaduta, Angel_F ricostruisce la storia di un&#8217;esistenza e di una famiglia atipica, che ha coinvolto dal 2007 ad oggi centinaia di artisti, attivisti, intellettuali e accademici in tutto il mondo. Arricchiscono il volume una webgrafia e bibliografia ragionate, e le testimonianze dei maggiori esperti in materia coinvolti fin dall’origine nella performance.</p>
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		<title>Speciale Transmediale 2010 [PART 1] - Le facce e gli incontri</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 16:29:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>penelope.di.pixel</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
Fare una retrospettiva di un evento complesso come Transmediale non è facile. Ho scelto questa volte un taglio particolare che deriva dalla mia esperienza diretta.
Parto quindi dalle facce e dagli incontri che il festival mi ha regalato, con una riflessione di base: Transmediale ha una storia ultraventennale e riesce a catalizzare l&#8217;attenzione e la presenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/artsblog/transmediale_02.jpg" class="post-h" border="0" width="432" height="324" alt="transmediale" /><br clear="all" /></p>
<p>Fare una retrospettiva di un evento complesso come <a href="http://www.artsblog.it/tag/transmediale">Transmediale</a> non è facile. Ho scelto questa volte un taglio particolare che deriva dalla mia esperienza diretta.</p>
<p>Parto quindi dalle facce e dagli incontri che il festival mi ha regalato, con una riflessione di base: Transmediale ha una storia ultraventennale e riesce a catalizzare l&#8217;attenzione e la presenza vera della scena europea e internazionale legata alla net art e alla cultura digitale. Questa è una delle caratteristiche che fanno di un festival un evento importante e significativo. Partecipare a Transmediale per il pubblico e i &#8220;professionisti&#8221; del settore (artisti, curatori, giornalisti che siano) ha un valore specifico in termini di relazioni e possibilità di interagire e di confrontarsi: un aspetto che, se ben presente per chi partecipa, rischia forse di essere un po&#8217; trascurato in un reportage di tipo classico.</p>
<p>Ecco dunque le facce che hanno caratterizzato i miei tre giorni (pienissimi) a Transmediale, costituendone la prima ricchezza: li riporto più o meno in ordine di &#8220;apparizione&#8221; (proprio come nella gallery che trovate sotto).</p>
<p><span id="more-1968"></span></p>
<p><a href='http://www.artsblog.it/galleria/le-facce-di-transmediale/'>Le facce di Transmediale</a><br />
<a href="http://www.artsblog.it/galleria/le-facce-di-transmediale/1"><img class="gallerythumb" src="http://static.blogo.it/artsblog/le-facce-di-transmediale/thn_1.jpg" alt="" width="130" height="87" /></a><br />
<a href="http://www.artsblog.it/galleria/le-facce-di-transmediale/2"><img class="gallerythumb" src="http://static.blogo.it/artsblog/le-facce-di-transmediale/thn_2.jpg" alt="" width="130" height="118" /></a><br />
<a href="http://www.artsblog.it/galleria/le-facce-di-transmediale/3"><img class="gallerythumb" src="http://static.blogo.it/artsblog/le-facce-di-transmediale/thn_4.jpg" alt="" width="130" height="98" /></a><br />
<a href="http://www.artsblog.it/galleria/le-facce-di-transmediale/4"><img class="gallerythumb" src="http://static.blogo.it/artsblog/le-facce-di-transmediale/thn_3.jpg" alt="" width="130" height="87" /></a><br />
<a href="http://www.artsblog.it/galleria/le-facce-di-transmediale/5"><img class="gallerythumb" src="http://static.blogo.it/artsblog/le-facce-di-transmediale/thn_5.jpg" alt="" width="130" height="98" /></a><br />
<a href="http://www.artsblog.it/galleria/le-facce-di-transmediale/6"><img class="gallerythumb" src="http://static.blogo.it/artsblog/le-facce-di-transmediale/thn_6.jpg" alt="" width="130" height="95" /></a><br />
<a href="http://www.artsblog.it/galleria/le-facce-di-transmediale/7"><img class="gallerythumb" src="http://static.blogo.it/artsblog/le-facce-di-transmediale/thn_7.jpg" alt="" width="130" height="85" /></a><br />
<a href="http://www.artsblog.it/galleria/le-facce-di-transmediale/8"><img class="gallerythumb" src="http://static.blogo.it/artsblog/le-facce-di-transmediale/thn_8.jpeg" alt="" width="130" height="87" /></a></p>
<p><strong>Simona Lodi</strong>. Art director del Piemonte Share Festival, è la prima faccia che ci accoglie sorridente venerdì mattina: una bella presenza sempre piena di curiosità e spunti che tiene vivo in Italia il dibattito sull&#8217;arte digitale con proposte e azioni sempre nuove. È lì insieme a Luca Barbeni, altra anima curatoriale dello Share, che nonostante la rottura di un crociato si è imposto per volonta e passione di partire alla volta di Berlino.</p>
<p><strong>Marc Garrett</strong>. Promotore di  <a href="http://www.furtherfield.org">Furtherfield.org </a>, lo avevamo incrociato nel primo ciclo <a href="http://www.artsblog.it/tag/Interviewing The Crisis">Interviewing The Crisis</a> l&#8217;anno scorso. Senz&#8217;altro uno dei contributi più sentiti e profondi che abbiamo ricevuto. Dopo molti incontri virtuali, eccolo finalmente in carne ed ossa: Marc è stata una delle presenze umane e degli incontri più intensi di Transmediale. Abbiamo trascorso insieme molte ore a discutere, confrontarci, scherzare condividendo racconti e biografie, pause pranzo e qualche birra. Ecco una frase che per me lo dipinge perfettamente: &#8220;You know, I&#8217;m punk, post-punk!&#8221;. L&#8217;ultimo giorno, di mattina, domenica 7 febbraio Marc ci invita alla trasmissione radio di Nettime, in cui per l&#8217;occasione dirigeva curava uno spazio: una piccola stanza piena di attrezzature al piano superiore della House of Kulture che ospita il Festival a parlare dei temi al centro di Transmediale e della nozione di &#8220;futuro&#8221;. La trasmissione è andata in contemporanea su Londra e Berlino.</p>
<p><strong>Bruce Sterling e Jasmina Tesanovic</strong>. Coppia nella vita e nel lavoro, i due scrittori li incrociamo il primo giorno di festival al caffè del piano terrà. Sempre sorridenti, Bruce con un bomber di pelle, Jasmina con gli indomabili capelli biondi raccolti sulla nuca. Dovrei parlarne separatamente perchè così si sono svolte le interazioni: diverse ma entrambe emozionanti. Di Jasmina scopro un volto inedito: quello della video artista sperimentatrice di tecnologie fin quando prestissimo acquista un pc di contrabando (ribattezzato Toshiba Tesanovic): al tempo viveva a Belgrado. Ecco cosa mi dice ridendo al tavolo: &#8220;&#8221;Ero come un&#8217;oca nella nebbia&#8221;. È un detto serbo ed è così che lei si immagina mentre interagisce con le nostre estensioni tecnologiche (si tratti di una telecamera piuttosto che di un blog): alla cieca, gettandosi nella sperimentazione, ma con intelligenza e a caparbia. A volte spinta da necessità, proprio come quando sotto i bombardamenti andava di casa in casa con il suo pc nascosto in una borsa per inviare delle email ai suoi amici, diventando così a sua insaputa la prima blogger di guerra al mondo&#8230; Un incontro davvero emozionante: consiglio di leggere i suoi libri, fra l&#8217;altro tutti integralmente disponibili online.<br />
Bruce lo incontriamo invece domenica prima di pranzo, sempre al bar. Abbiamo in mente il suo speach sulla sulla Atemporality, ma ci troviamo coinvolti in una incredibile discussione sulla realtà aumentata. Non è la prima volta che mi capita di ascoltarlo, ma questo è il fatto sorprendente: la profondità di visione con  cui riesce a scavare nella realtà e in ogni tipo di argomento. Sterlig, a tutti gli effetti, è uno degli interpreti più acuti della contemporaneità, impossibile da classificare perchè la sua principale caratteristica è proprio uno sguardo visionario. E l&#8217;apertura: nella migliore accezione di questo termine, Bruce Sterlig è una persona &#8220;accessibile&#8221;.<br />
Insieme, Bruce e Jasmina, sono molto belli da vedere, e polarizzano in modo molto positivo lo spazio che percorrono.</p>
<p><strong>Richard Barbrook</strong>. Invitato ad aprire con una lecture introduttiva la Long Conversation, Barbrook è docente presso l&#8217;Università di Westminster, oltre che autore del celebre libro Imaginary Futures. Ci ritroviamo con lui sabato 6 febbraio, di pomeriggio tardi nel ristorante, entembi in cerca di qualcosa di commestibile da ingurgitare. Richard non è un personaggio che passa inosservato, sempre con un cappello, giacca e camicia a quadretti: fuori lo si vede con un lungo trench di pelle nero. Una persona spinta da profondi ideali politici, che non ha smesso di lottare per gli stessi. Aspettando di assistere alla performance del giorno seguente, in cui avrebbe mostrato una versione del <a href="http://www.classwargames.net/pages/gallery.html">Gioco della Guerra</a>  di Debord, discutiamo del suo libro e delle reali possibilità di accesso connesse alle nuove tecnologie. Con lui passiamo infine l&#8217;ultima serata berlinese, fuori dal festival, in un piccolo bar fumoso sulle note dei balcani&#8230;</p>
<p><strong>Andy Cameron</strong>. Attualmente direttore creativo del dipartimento Interactive Design di Fabrica, è stato il guest curator della scorsa edizione del Piemonte Share Festival. Invitato a discutere durante la Long Conversation, lo incontriamo nel pomeriggio di venerdì nella bella hall della House of Kulture. Andy è una persona molto aperta, brillante, anche lui realmente capace di spunti e visioni. E così ci ritroviamo a discutere di come cambia il concetto di arte ed opera d&#8217;arte quando dal paradigma della rappresentazione visuale ci si sposta all&#8217;interattività. &#8220;Ha ancora senso parlare di bellezza?&#8221;. Su questa domanda sipotrebbe scrivere un manuale di arte contemporanea, ma sono già gli interpreti diretti del cambiamento che lo stanno facendo con le loro opere. E questo Andy Cameron lo ha ben presente. Un altro bel regalo di Transmediale.</p>
<p><strong>Tiziana Terranova</strong>. Chiamata a moderare il panel sulla Liquid Democracy, Tiziana Terranova è una giovane docente universitaria che conoscevo solo attraverso i suoi scritti. La sua moderazione è stata ineccepibile, e la sua riflessione sulle nuove tecnologie è acuta: ci incrociamo a più riprese nel corso dei tre giorni, fra sigarette fumate al gelo e qualche caffè: un bel sorriso, molta apertura, la capacità di leggere i processi legati alla nuove tecnologie legandoli al corpo e ai conflitti. Viviamo un epoca turbolenta e lei sembra percepirlo profondamente.<br />
<strong><br />
Filippo Giannetta</strong>. Giovanissimo, Filippo da un anno fa parte del team di Transmediale, responsabile sel settore information tecnology del festival. Una presenza molto bella che ha attraversato l&#8217;intera tre giorni. Attento, pieno di iniziativa e voglia di imparare, discutiamo a più riprese di molti argomenti: ci parla della storia di Transmediale e delle trasformazioni che ha subito, di come ne sia complessa ma eccitante l&#8217;organizzazione, di come e perchè si sia ritrovato a occuparsi arte contemporanea pur avendo studiato economia dei trasporti. Ci scambiamo idee, pareri, sigarette e sono convinta di una cosa: qualunque sia il suo background universitario, svolge benissimo e con cognizione di causa il suo lavoro.</p>
<p><strong>Stephen Kovats</strong>. Architetto di origine canadese, è il direttore di Transmediale. Camice in stile floreale, un gilet, sempre sorridente: nei suoi eccentrici vestiti anche lui difficilmente passa inosservato. È una presenza costante, segue in modo gentile gli ospiti e ci tratta con cordialità. Solo l&#8217;ultimo giorno però, quando la tensione dell&#8217;evento sta calando, riusciamo a confrontarci sulle prespettive degli &#8220;unstable media&#8221;, scoprendo la sua passione per le strade di Trastevere: per qualche tempo ha vissuto a Roma e, a dirla tutta, sarebbe bello rincontrarlo da queste parti. </p>
<p><strong>Gli studenti di Brera</strong>. Sono arrivati circa in 50, giovanissimi, belli e curiosi nei loro 20 anni. L&#8217;accademia ha finanziato il viaggio come progetto speciale, così sono partiti insieme su un pulmann: direzione Berlino per respirare l&#8217;aria della net culture che studiano sui libri&#8230;</p>
<p>Sono queste dunque le mie facce di Transmediale, quelle che hanno caratterizzato le mie giornate, sovrapponendosi al programma, alle performance e alle opere: a domani per capire insieme la struttura e l&#8217;organizzazione del festival.<br />
Tratto da <a href="http://www.artsblog.it/post/5072/speciale-transmediale-2010-part-1-le-facce-e-gli-incontri/">Artsblog.it</a></p>
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		<title>Connect premiata a VIDA</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 10:02:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il premio Internazionale VIDA, giunto alla sua dodicesima edizone, è supportato dalla Fondazione Telefonica e da alcuni anni si occupa specificatamente di vita artificiale.
Il termine &#8220;vita artificiale&#8221; nasce nel 1987 nei mitici laboratori dell&#8217;istituto Santa Fe a Los Alamos, dove Christopher Langton inizia i primi esperimenti in questo campo. La vita artificiale è un mabito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1965" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1965" title="share1-002121-2_-3__tonemapped1" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/02/share1-002121-2_-3__tonemapped1-300x200.jpg" alt="Andreas Muxel, Connect 2008. Photo by Gianfranco Mura " width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Andreas Muxel, Connect 2008. Photo by Gianfranco Mura </p></div>
<p>Il premio Internazionale<a href="http://www.fundacion.telefonica.com/arteytecnologia/certamen_vida/en/index.htm" target="_blank"> VIDA</a>, giunto alla sua dodicesima edizone, è supportato dalla Fondazione Telefonica e da alcuni anni si occupa specificatamente di vita artificiale.</p>
<p>Il termine &#8220;vita artificiale&#8221; nasce nel 1987 nei mitici laboratori dell&#8217;istituto Santa Fe a Los Alamos, dove Christopher Langton inizia i primi esperimenti in questo campo. La vita artificiale è un mabito interdisciplinare che crea sistemi articiali che emulano i comportamenti dei sistemi viventi. Alla base della struttura di questi sistemi artificiali ci sono singoli elementi guidati da semplici regole, che creano un &#8220;comportamento emergente&#8221; nel momento in cui interagiscono tutti quanti all&#8217;interno dello stesso ambiente.</p>
<p>Il primo premio è stato aggiudicato a<em> <a href="http://www.fundacion.telefonica.com/arteytecnologia/certamen_vida/en/ediciones/vida12/silent_barrage.htm" target="_blank">Silent Barrage</a></em><a href="http://www.fundacion.telefonica.com/arteytecnologia/certamen_vida/en/ediciones/vida12/silent_barrage.htm" target="_blank"> (2009)</a> di <strong>Guy Ben-Ary, Philip Gamblen, Peter Gee, Nathan Scott, Brett Murray, Dr. Steve Potter</strong>. Questo team costituito da artisti e scienziati austrialiani ha creato un&#8217;installazione costituita da una cervello biologico, costituti oda un insieme di neuroni di ratto posti su una vtrino di Petri, che attiva un corpo meccanico che rappresenta nello spazio fisico l&#8217;attività dei neuroni posti in laboratori in giro per il mondo. L&#8217;interazione tra i neuroni e l&#8217;installazione borotica aviene per via telmatica.</p>
<p><a href="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/02/connect.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1955" title="connect" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/02/connect.jpg" alt="connect" width="650" height="385" /></a><br />
L&#8217;opera <a href="http://www.fundacion.telefonica.com/arteytecnologia/certamen_vida/en/ediciones/vida12/connect.htm" target="_blank"><em>Connect</em> (2008)</a> di <strong>Andrea Muxel</strong>, premiata a Share Prize 2009, si è classificata al secondo posto. L&#8217;insyìtallazione è costituita da tredici moduli connessi a una matrice. Ogni modulo è costituito da un microcontroller, un motorino e una sfera d’acciaio attaccata con un elastico. Sensori piezoelettrici sono posizionati tra la sfera e il motore. Non c’è un programma generale della scultura, ogni elemento ha le proprie istruzioni, creando un programma analogico dal comportamento non-lineare, quindi caotico.</p>
<p>Al terzo posto l&#8217;opera <a href="http://www.fundacion.telefonica.com/arteytecnologia/certamen_vida/en/ediciones/vida12/growth_modeling.htm" target="_blank"><em>Growth Modeling Device </em>(2009)</a>, di <strong>David Bowen</strong>, dove dei laser scannerizzano una piantina di cipolla da 3 possibili punti di vista. Con le informazioni raccolte il sistema crea quindi una copia della cipolla in plastica e ripete il processo ogni 24 ora, in modo da poter apprezzare da diversi punti di vista la crescita della piantina.</p>
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		<title>Virtual Entity - cosmogonie digitali. Conversazione con xname</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 11:40:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>penelope.di.pixel</dc:creator>
		
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Finalmente, ecco l&#8217;intervista con xname (Eleonora Oreggia). La aspettavo da tempo e lo dichiaro apertamente: poche volte sono stata così soddisfatta di poter pubblicare, e soprattutto documentare, il lavoro di un&#8217;artista su questo blog. Con un punto d&#8217;onore: a quanto mi dice l&#8217;autrice è la prima volta che c&#8217;è una documentazione scritta in italiano sul [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/artsblog/virtualentity.jpg" class="post-h" border="0" width="432" height="320" alt="virtual entity, xname, eleonora oreggia" /><br clear="all" /></p>
<p>Finalmente, ecco l&#8217;intervista con <a href="http://www.xname.org">xname</a> (Eleonora Oreggia). La aspettavo da tempo e lo dichiaro apertamente: poche volte sono stata così soddisfatta di poter pubblicare, e soprattutto documentare, il lavoro di un&#8217;artista su questo blog. Con un punto d&#8217;onore: a quanto mi dice l&#8217;autrice è la prima volta che c&#8217;è una documentazione scritta in italiano sul progetto, nato e svoluppatosi inizialmente in Olanda. </p>
<p>Ma torniamo a noi. Ho conosciuto xname nel corso di <a href="http://www.artsblog.it/tag/ahacktitude">AHAcktitude</a>. Non sapevo quasi nulla del suo lavoro e per motivi a me ignoti ero addirittura convinta che fosse un uomo: la sua forma fisica è stata dunque il primo piacevole spiazzamento. Poi ha iniziato a descrivere <a href="http://virtualentity.org/">Virtual Entity.</a> Ogni tanto capita, si rimane rapiti da un&#8217;idea perché ha la forza di una visione, perchè forse più banalmente e concretamente coglie un aspetto della realtà e la disvela. Virtual Entity ha queste caratteristiche. A cavallo fra la riflessione filosofica e la software arte, il progetto costruisce una vera e propria cosmogonia intorno alle entità digitali (essenzialmente software e file) a cui viene conferito lo status di &#8220;unità culturali indipendenti&#8221; libere di interagire nel reame giditale, quali primi e concreti attori dell&#8217;ecosistema. Entrare nel meccanismo della Virtual Entity è eccitante, specie per chi come me si interroga costantemente sui limiti della proprietà intellettuale (limiti nel senso della sua applicabilità e della reiterata estensione a ogni campo del vivente a cui assistiamo). Quando un file viene rilasciato per la prima volta, il suo autore non si limita a imporgli una licenza (all rights o some right che sia). Il sistema conferisce al file una &#8220;soul&#8221; (anima), un&#8217;informazione genetica primordiale proprio come se fosse un&#8217;identità. Il file in seguito avrà una vita autonoma proveniente dalle sue interazioni, che si depositerà nella cosiddetta &#8220;aura&#8221; del file rendendone conto. Il punto di partenza di questo lavoro è che se applicate al dominio digitale i concetti come proprietà, unicità e autenticità semplicemente non sono più validi e vanno ridefiniti: da qui la necessità di costruire una nuova ontologia. </p>
<p>Tante volte mi sono chiesta perché le Creative Commons e i discorsi sul diritto d&#8217;autore che spesso seguo mi fossero diventati mortalmente noiosi: se pur  strumenti &#8220;utili&#8221; per la divulgazione e &#8220;comodi&#8221; per la pubblicazione, li associavo sempre più alla litania di un catechismo laico o un cane che si morde la coda. Ma il problema che voglio discutere non sono i preti della cultura libera (per restare in metafora) che instaurano la burocrazia sul processo vivo, quanto l&#8217;impianto filosofico: le definizioni utilizzate per riferirsi alle &#8220;cose&#8221;, prima ancora della (presunta) utilità e delle messe da celebrare, sono il presupposto per potersi riferire alle cose stesse. È questa una riflessione necessaria e preliminare a qualsiasi &#8220;discorso&#8221;. Potrei anche discutere la&#8221;<em>bellezza</em>&#8221; (in questo caso squisitamente formale), quando questa si traduce in etica e visione del mondo. </p>
<p>Virtual Entity è bella e mi ha saputo emozionare. Buona lettura.</p>
<p><a href='http://www.artsblog.it/galleria/virtual-entity/'>Virtual Entity</a><br />
<a href="http://www.artsblog.it/galleria/virtual-entity/9"><img class="gallerythumb" src="http://static.blogo.it/artsblog/virtual-entity/thn_badges_02.png" alt="" width="99" height="130" /></a><br />
<a href="http://www.artsblog.it/galleria/virtual-entity/10"><img class="gallerythumb" src="http://static.blogo.it/artsblog/virtual-entity/thn_soul_schema_02.gif" alt="" width="130" height="104" /></a><br />
<a href="http://www.artsblog.it/galleria/virtual-entity/11"><img class="gallerythumb" src="http://static.blogo.it/artsblog/virtual-entity/thn_virtualentity_info_02.jpg" alt="" width="130" height="46" /></a></p>
<p><span id="more-1950"></span></p>
<p><strong>- Artista, performer, ricercatrice, Eleonora Oreggia (aka xname): come di consueto, brevi presentazioni con i lettori di Artsblog.</strong></p>
<p>Sono nata a Milano, ho studiato al Beccaria (il Liceo Classico, non il carcere), e mi sono laureata con lode al Dams di Bologna nel 2003, con una tesi in Semiotica dell’Arte (Relatore: Paolo Fabbri). Tramite il progetto Leonardo ho fatto uno stage ad Amsterdam presso il Nimk (Nederlands Instituut voor Mediakunst), l’istituto Olandese della Media Arte, dove ho continuato a lavorare come ricercatrice, archivista e montatore video per oltre quattro anni. In seguito sono stata ricercatrice in Design alla Jan van Eyck Academie di Maastricht nel gruppo Imaginary Property, con Virtual Entity. Da pochi mesi abito a Milano e continuo a sviluppare quella che, nel corso di quei sei anni in Olanda, e’ diventata la mia professione: l’arte elettronica, digitale e multimediale.</p>
<p><a href="http://xname.cc">http://xname.cc</a><br />
<strong><br />
- Parliamo di Virtual Entity, che e’ il motivo per cui ti incontriamo oggi. Concetti quali proprieta’, aunteticita’ e unicita’ se applicati al digitale non sono piu’ validi: perche’?</strong></p>
<p>Virtual Entity e’ un progetto di ricerca (ed un’opera d’arte) il cui aspetto pratico e’ un software per pubblicare, rilasciare e catalogare files digitali, e il cui presupposto e’ che ogni entita’ digitale sia una creazione indipendente dotata di vita propria e in grado di passare attraverso diversi livelli di trasformazione e progressiva generazione (di significati, forme ed entita’).</p>
<p>Le due funzioni principali dell’applicativo sono la creazione di un set di metadata in un database online e la possibilita’ di gestire il software anche come licenza. Dal punto di vista teorico la speculazione verte sul concetto di proprieta’ nel mondo digitale/immateriale e su una ridefinizione ontologica di queste entita’ digitali.</p>
<p>Se la proprieta’ e’ legata ad un oggetto fisico, l’unicita’ si riferisce alla ‘singolarita’ dell’oggetto, mentre il concetto di autenticita’ si spiega, generalmente, facendo riferimento al suo contrario, ovvero la copia. Laddove non vi sia alterita’, ne’ scarto differenziale, tra copia ed originale, questi due mondi semantici collassano come potrebbe accadere in un buco nero, e l’idea di differenza viene sostituita da quella di ‘infinito’, l’infinito numero di copie identiche a se’ stesse che possono venir generate. Lo studioso Otto Roessler ha affermato, durante una conversazione (1) a proposito dei buchi neri: “<em>…non puoi caderci dentro poiche’ il tempo che ti serve per raggiungerlo e’ infinito…</em>”, come se l’infinito potesse creare quella distanza assoluta che preclude le tattilita’, e dunque il possesso. D’altro canto, l’autenticita’ e’ caratterizzata da cio’ che Marcell Mauss definisce, nel suo saggio &#8220;Una teoria generale della magia&#8221; del 1902, il principio di contiguita’, principio facilmente applicabile anche al reame dell’arte tradizionale: vi e’ un rapporto di tattilita’ tra creatore ed oggetto creato che assicura l’autenticita’ dell’artefatto.</p>
<p>Nel mondo digitale, invece, non vi sono materialita’, ne’ tattilita’ o contiguita’, dunque l’etica va riscritta!</p>
<p>(1) <a href="http://xname.cc/audio/conversation_with_Otto_Roessler.mp3">http://xname.cc/audio/conversation_with_Otto_Roessler.mp3</a></p>
<p><strong>- Partendo da questi presupposti, arrivi a concepire un sistema di rilascio, catalogazione e licenza dei files digitali che trasforma l’approccio classico ai metadata. Come funziona il sistema e quali sono, a tuo avviso, i principali limiti dei sistemi esistenti (dal copyright integrale alle versioni “morbide” dei some right reserved)?</strong></p>
<p>L’applicazione permette la creazione di una collezione di metadata (informazioni relative al file, come ‘autore’, ‘titolo’, etc) che viene archiviata in un database online; questo gruppo di informazioni e’ consultabile da qualsiasi istanza del file, anche al di la’ del formato particolare (ad esempio una immagine in .tif o .jpg). Ho definito questo set di dati ’soul’ (vocabolo inglese quasi equivalente all’italiano ‘anima’): dunque leggendo l’anima del file e’ possibile scoprirne l’essenza. Quante volte vi sara’ capitato, ad esempio, di trovare un file video di cui non riuscite a rintracciare il nome dell’autore?<br />
Il sistema offre inoltre la possibilita’ di aggiungere informazione all’interno dell’aura, che e’, secondo la nomenclatura metaforica della VE, quello spazio attorno all’anima in cui si ritrovano le informazioni relative all’interazione tra entita’ (il file) e mondo esterno, in altre parole l’esperienza del file. Questa spazio ha la funzione di raccogliere la storia dell’opera nella sua interazione con la realta’ non digitale, e con il resto della rete. Ad esempio, qualora io abbia utilizzato un file video durante una serata di cineforum, posso raccontare, lasciando appunto una nota nell’aura del file, i dettagli dell’evento.<br />
Virtual Entity sviluppa al tempo stesso un sistema di relazioni, semantiche o genetiche, che creano una tessitura che costituisce quella ragnatela in cui i files sono i veri attori del web. Ad esempio, se io utilizzo il file audio suono.mp3 all’interno del mio video esempio.mov, il file suono.mp3 sara’ un progenitore (ancestor) del mio video, dunque i due file sono collegati da una relazione genetica. Se invece i due file suono.mp3 ed esempio.mov fossero registrazioni della mia performance della notte di fine anno, la loro relazione sarebbe semantica.</p>
<p>I limiti dei sistemi esistenti sono la mancanza di un reale approccio innovativo che tenga conto della realta’ costitutiva della rete, lo scarso utilizzo pratico, e il problema del terzo incomodo: in un sistema aperto e orizzontale quale la rete, e’ assurdo che una licenza, invece di mettere in contatto i due soggetti autore e fruitore, dirotti entrambi verso una terza entita’ vaga e generica - che poi si rivela esser un brand.</p>
<p>Questo non vale per le licenze software come la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/GNU_General_Public_License">GPL</a> (General Public Licence) o la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Berkeley_Software_Distribution">BSD</a>, che invece ritengo utili e adeguate al codice informatico.</p>
<p><strong>- Definisci Virtual Entity un software “fisico e metafisico”: ci spieghi meglio il senso di questa affermazione?</strong></p>
<p>Virtual Entity e’ un software fisico in quanto e’ un’applicazione reale che ha una valenza pratica: e’ uno strumento utile ad archiviare opere digitali. D’altra parte, e’ definito metafisico poiche’ cela al suo interno una riflessione filosofica sull’identita’ digitale e sulle caratteristiche costitutive di tale mondo che va oltre il suo utilizzo. La metafisica, come ben sappiamo, si occupa degli enti con una prospettiva il piu’ generale possibile, con l’intento di cogliere le strutture fondamentali dell’essere. Per questo i rapporti tra metafisica ed ontologia sono molto stretti.<br />
<strong><br />
- Nel tuo sistema, i file sono “unita’ culturali indipendenti&#8221; dotate di una propria vita artificiale: qual’e’ il loro grado di autonomia? Quale quello di un software?</strong></p>
<p>All’inizio della ricerca volta a definire il design (da un punto di vista sia tecnico che teorico) dell’applicativo, ho diviso le entita’ digitali in quattro sostanze fondamentali: l’audio, il video, il testo e l’immagine. Questa prospettiva e’ stata <em>collaudata</em> nel corso di una serie di workshops che ho tenuto in diversi luoghi d’Europa, nella fattispecie Berlino, Parigi e Lublijana. Il punto era: ha senso tale classificazione? Quali sono i punti critici di questo schema? Varie questioni sono emerse: ad esempio, il testo, a suo modo, puo’ essere visto come un’immagine, e l’immagine puo’ contenere testo. Il software, dal canto suo, e’ composto di testo, dunque… e’ una virtualentity? In seguito ad una lunga riflessione, la mia risposta e’ stata: no. Se nelle entita’ virtuali le sostanze sono immanenti, a seconda della prospettiva dell’osservatore, il software, quando diventa computazione, e’ un processo dinamico che si verifica all’interno della macchina computer. Il software risulta dunque piu’ simile ad un demone, uno spirito malizioso ed astuto, il quale partecipa di quella famosa &#8220;polumetis&#8221; che fu la marca distintiva di Ulisse, l’eroe che non era nessuno.</p>
<p>Per approfondimenti è possibile consultare:<br />
<a href="http://virtualentity.org/docu">http://virtualentity.org/docu</a><br />
ed in:<br />
<a href="http://virtualentity.org/journal">http://virtualentity.org/journal</a><br />
‘Reflections around substances’<br />
‘A polumetis spirit’</p>
<p><strong>- La diffusione di Virtual Entity e’ potenzialment virale. Quali sarebbero le conseguenze di una sua adozione da parte di una massa critica di utilizzatori? E’ attualmente possibile utilizzare il software?</strong></p>
<p>Non credo sia necessaria una massa critica, una massa sarebbe gia’ qualcosa. Le conseguenze potrebbero essere molteplici: da un lato il superamento del concetto di licenza e copy-right, ma anche il passaggio dall’idea di pirateria e pirataggio, che nella cultura popolare ha un’accezione negativa, a quella - piu’ al passo coi tempi - della non-proprieta’ e delle entita’ virtuali, che implica una concezione della cultura e delle opere come processi collettivi di espressione, riflessione e manipolazione in fieri. Inoltre, l’idea di una storia dell’arte scritta dal basso, che si costruisca in maniera orizzontale, distribuita e fuori dal controllo - esente anche dall’obbligo di esser necessariamente vera, o scientifica - e’ inedita e intrigante.</p>
<p>Il software e’ correntemente utilizzabile, consiglio ad eventuali utenti di non aspettare le release ufficiali, ma di scaricare direttamente uno ‘snapshot’ dal repository:</p>
<p><a href="http://code.xname.cc/?p=virtualentity.git;a=summary">http://code.xname.cc/?p=virtualentity.git;a=summary</a><br />
<a href="http://virtualentity.org/code">http://virtualentity.org/code</a></p>
<p><strong>- Virtual Entity e’ un progetto aperto: chi collabora in questo momento al suo sviluppo e come e’ possibile partecipare per chi fosse interessato?</strong></p>
<p>Virtual Entity nasce come semplice sistema per connettere informazione di carattere generale a creazioni (files) condivise in rete (video, musica, etc): uno strumento pensato da chi, utilizzando il computer come mezzo per fare arte e la rete come piattaforma per distribuire e comunicare le proprie creazioni, non ha trovato nel paradigma della Creative Commons altro che una noiosa delusione. Con Virtual Entity l’idea dei ‘diritti d’autore’ viene automaticamente superata da quella, piu’ adatta alla tecnologia corrente, di interscambio di informazioni.</p>
<p>Tra le persone che mi hanno incoraggiata non posso fare a meno di citare Bomboclat (Milano, Autistici), Jaap Vermaas (Amsterdam, Tuxic e Ascii), host del sito e del primo database, Ronald Siebes della Vrije Universiteit di Amsterdam, Margreet Riphagen della Blender Foundation, e Florian Schneider, il quale ha introdotto il progetto nel gruppo di ricerca ‘Imaginary Property’ alla Jan van Eyck Academie di Maastricht. Inoltre Cristian Maglie (Megabug) ha dato un impulso decisivo nell’ideazione del sistema tecnico e nella scrittura del primo prototipo in Python, mentre Graham Harwood (Goldsmiths), Matthew Fuller (Goldsmiths), il network ‘transmission.cc’ e altri hanno creduto nel progetto.</p>
<p>In una fase iniziale e’ stato necessario mantere il cerchio relativamente ristretto in modo da non rischiare di perdere l’identita’, sin dall’inizio piuttosto definita, di questo progetto.</p>
<p>Oggi Virtual Entity sta diventando una signorina e, sebbene ancora molto giovane, e’ quasi pronta ad andare per la sua strada: ora che il progetto ha un’identita’, puo’ svilupparsi secondo la sua indole personale, e quella di coloro che vi collaboreranno. La Virtual Entity e’, non diversamente dalle entita’ per le quali e’ stata creata, pronta a vivere di vita propria.</p>
<p>Questo e’, in altre parole, un invito a partecipare, deformare, creare commistioni, progetti ibridi, derivati artistici, Altro!</p>
<p>Il progetto e’ aperto e la collaborazione e’ quantomai ben accolta, basta contattare la mailing list: dev@virtualentity.org<br />
<strong><br />
- Che tipo di reazioni hanno i “programmatori” (utilizzando un termine alquanto odioso…) entrando in contatto col progetto? Ti faccio questa domanda perche’ nel corso della tua presentazione ad AHAcktitude, dietro di me ne ho visto uno lettelarmente rapito, come davanti ad una visione: non esagero, perche’ ho avuto occasione di parlarli subito dopo… E’ una dinamica interessante. Ti sono capitati “episodi” del genere? Se si’, ne ricordi qualcuno in particolare</strong></p>
<p>Devo ammettere, anche se la domanda mi imbarazza, che qualche episodio di questo genere e’ capitato, poiche’ questo non e’ uno di quei progetti che lascia indifferenti. Un esempio celebre e’ Lev Manovich (UCSD, San Diego), teorico del digitale piu’ che programmatore; dopo aver assistito ad una piccola presentazione del progetto a Goldsmiths (Universita’ di Londra), mi ha chiesto, entusiasta, se avevo gia’ parlato con Tim Berners-Lee, il fondatore del World Wide Web, suggerendomi di contattarlo. I programmatori invece… Molti sono stati entusiasti e pronti ad offrire il loro aiuto, anche se poi alcuni si sono dimostrati confusi dal contenuto teorico di questo software, e soprattutto dal fatto che la teoria guidi la prassi, e l’uso dei termini e della nomenclatura e’ maniacale - come in un sistema filosofico e/o mitico.</p>
<p><strong>- Ultima domanda, un po’ piu’ generale. Leggendo la tua biografia traspare una profonda vicinanza ai centri sociali, agli squat e agli ambienti legati al free software, come gli hacklab, sia italiani che europei: luoghi che per tutti gli anni ‘80 e 90’ sono stati i centri propulsori di tendenze culturali radicali e capaci di innovazione reale. E’ ancora cosi’? Quali sono le esperienze che hanno maggiormente influito sul tuo percorso o che ritieni particolarmente significative e perche’?</strong></p>
<p>La cultura radicale (e dunque innovativa) nasce e si sviluppa in ambienti radicali, e questo e’ un dato di fatto difficile da cambiare.</p>
<p>Le esperienze piu’ significative per il mio percorso artistico sono state due: il laboratorio video del TPO a Bologna (2001/2002), e l’hacklab ASCII di Amsterdam, dal 2004 al 2006.</p>
<p>Perche’? Io adoro trovarmi in una stanza piena di persone assorte di fronte a tanti piccoli computers, condividendo spazi, saperi e strumenti.</p>
<p>Via | Artsblog.it</p>
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		<title>Le conferenze di TM10</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 10:13:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Anche quest&#8217;anno siamo andati al festival Transmediale, a Berlino, dove il tema della manifestazione era molto promettente. Futurity Now voleva porre l&#8217;attenzione sulle possibilità di progettazione e creazione del futuro che sono in atto nella nostra realtà contemporanea, travolta dalla crisi del sistema finanziario globale e dalle piattaforme digitali per la collaborazione, che diventano sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anche quest&#8217;anno siamo andati al festival <a href="http://www.transmediale.de/en/futurity-long-conversation" target="_blank">Transmediale</a>, a Berlino, dove il tema della manifestazione era molto promettente. Futurity Now voleva porre l&#8217;attenzione sulle possibilità di progettazione e creazione del futuro che sono in atto nella nostra realtà contemporanea, travolta dalla crisi del sistema finanziario globale e dalle piattaforme digitali per la collaborazione, che diventano sempre più monopoli di interessi e convogliatori di attenzione, piuttosto che strumenti per la collaborazione.</p>
<p>La manifestazione attraverso le sue interessanti e rischiose conferenze, raggruppate sotto al titolo <em>Future Observatory</em>, ha cercato di analizzare le strategie per analizzare il nostro presente e le piattaforme di comunicazione attraverso cui cerchiamo di agire nella nostra realtà e seconod quali traiettorie impostiamo il nostro futuro. Molti critici, curatori, artisti, programmatori si sono succeduti nei vari panel, lungo la matrice comune di un futuro ritenuto obsoleto, di cui non si sanno più rintracciare i percorsi.</p>
<p>Accanto alle conferenze nell&#8217;auditorium, ci sono stati una serie di talk, workshop e progetti, presentati all&#8217;interno del progetto Salon,  che interdisciplinariamente hanno affrontato la tematica per cercare di dare una risposta concreta a domande legate alla produzione culturale. Come valutare l&#8217;<strong>impatto economico della produzione culturale</strong>? Come cambia la relazione tra arte e capitale in un mercato dove le industrie creative stanno superando la produzione dell&#8217;industria automobilistica? Come sarà organizzata l<strong>&#8216;impresa culturale del futuro</strong>?<br />
Quest&#8217;anno, più che negli anni passati, in tutte le discussioni accanto all&#8217;arte e alla tecnologia ha fatto la voce grossa l&#8217;economia. In particolare di tutte le conferenze del programma <a href="http://www.transmediale.de/en/festival/salon" target="_blank">Salon</a>, quattro facenti parti del progetto<a href="http://www.transmediale.de/en/node/10997" target="_blank"><em> Free Culture Incubator</em></a>, hanno affrontato frontalmente i legami dell&#8217;economia con l&#8217;arte e la tecnologia. Questo progetto oltre alle conferenze di cui parlo in seguito, era sviluppato tramite una mostra, un desk/shop chiamato <a href="(http://www.transmediale.de/en/feral-trade-cafe" target="_blank">Feral Trade Cafe</a> dove ricevere informazioni e acquistare  prodotti raccolti direttamente dal produttore e trasportati in piccole quantità da artisti, curatori, e amici. A completare questa azione finalizzata alla promozione della cultura libera, una serie di workshop molto interessanti come <em>The Basis of Free Culture: Copyright, Open Licenses, and Sharing Creative Works</em>, <em>Free Software for Cultural Enterprises</em>, <em>Creative Business Models</em>, <em>Organising Creative Teams</em>.<br />
Molte le proposte e le analisi presentate. Da un lato la presentazione di nuovi prodotti, ad esempio lo strumento per presentazioni interattive <a href="http://www.prezi.com" target="_blank">Prezi.com</a>, presentato da <strong>Adam Somlai-Fischer</strong>, l&#8217;ambiente online <a href="http://www.papermint.com" target="_blank">Papermint</a>, realizzato da un piccolo team austriaco, guidato da <strong>Barbara Lippe</strong>, la radio online <a href="http://www.motor.de" target="_blank">Motor FM </a>, il cui promotore <strong>Markus Kühn</strong> ha presentato la storia e le modalità di sviluppo. Tutti questi progetti hanno messo in evidenza come nell&#8217;imprenditoria culturale digitale il valore aggiunto sia anccra dato dalla passione e dalle idee portate avanti.<br />
Allo stesso tempo autori più critici come <strong>Trebor Sholz </strong>e <strong>Matteo Pasquinelli </strong>hanno messo in evidenza come Internet con il passare degli anni sia diventato sempre meno orizzontale, sempre più centralizzato e monopolizzzato, perdendo in trasparenza e possibilità di azione.<br />
Trebor Sholz non volendo limitare alla critica propone anche delle soluzioni affinchè, come dice Pasquinelli, non si finisca in una situazione di Neofeudalesimo digitale, in realtà già in atto, dove pochi “proprietari terrieri” posseggono tutte le risorse.<br />
Tra le soluzioni avanzate la promozione di media pubblici, l&#8217;utilizzo del Free and Open Software come modello per la cooperazione, una forza lavoro distribuita ma unita, la resistenza artistica, la condivisione dei profitti, la promozione della portabilità dei dati come un vantaggio competitivo. Ho apprezzato particolarmente lo sforzo di Trebor Sholz nel proporre non solo una critica puntuale, ma anche nel presentare delle soluzioni pragmatiche e efficaci.<br />
Per avere una visione d&#8217;insieme e sintetica delle conferenze che facevano parte del programma Free Culture Incubator, potete osservare le astrazioni visive realizzate durante la conferenze da<strong> Anna Lena Schiller</strong>, (<a href="http://www.annalenaschiller.com" target="_blank">http://www.annalenaschiller.com</a>), illustratrice che si autodefinisce visual sensemaker.</p>
<p><em>Price and Value of Cultural Work</em> (<a href="http://www.transmediale.de/en/price-and-value-cultural-work" target="_blank">http://www.transmediale.de/en/price-and-value-cultural-work</a>)<br />
Moderatore: Jaime Stapleton (uk)  Relatori: Kate Rich (uk) | I-Wei Li (tw/de) | Baruch Gottlieb (ca/de)| Dmytri Kleiner (de)<br />
<a href="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/02/pricevaluecultural.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1942" title="pricevaluecultural" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/02/pricevaluecultural.jpg" alt="pricevaluecultural" width="600" height="400" /></a></p>
<p><em>Creativity as an Economic Resource</em> (<a href="http://www.transmediale.de/en/creativity-economic-resource" target="_blank">http://www.transmediale.de/en/creativity-economic-resource</a>)<br />
Moderatore: Andy Cameron (uk)  Relatori: Matteo Pasquinelli (it) | Adam Somlai Fischer (hu) | Dr. Barbara Lippe (at) | Markus Kühn (at)<br />
<a href="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/02/creativity_economy.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1943" title="creativity_economy" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/02/creativity_economy.jpg" alt="creativity_economy" width="600" height="400" /></a></p>
<p><em>Forms of Cultural Organisation</em> (<a href="http://www.transmediale.de/en/creativity-economic-resource" target="_blank">http://www.transmediale.de/en/forms-cultural-organisation</a>)<br />
Moderatore: Bas van Heur (nl)   Relatori: Mustafa Tazeoglu (de/tr) | Sebastian Sooth (de) | Trebor Scholz (de/us) | Michael Liebe (de)<br />
<a href="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/02/cultural_organization.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1944" title="cultural_organization" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/02/cultural_organization.jpg" alt="cultural_organization" width="600" height="400" /></a></p>
<p><em>The Identity of Cultural Enterprises </em>(<a href="http://www.transmediale.de/en/creativity-economic-resource" target="_blank">http://www.transmediale.de/en/identity-cultural-enterprises</a>)<br />
Moderatore: Inga Wellmann (de)   Relatori: Matthias Fritsch (de) | Regine Haschka-Helmer (de) | Clemens Lerche (de) | Tonia Welter (de)<br />
<a href="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/02/identityculturalenterprize.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1945" title="identityculturalenterprize" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/02/identityculturalenterprize.jpg" alt="identityculturalenterprize" width="600" height="400" /></a></p>
<p>Venendo al programma di conferenze Future Observatory, bisogna innnanzitutto parlare della conferenza-monstre Futurity Long Conversation, dove 22 artisti, filosofi, designer, teorici, giornalisti, programmatori, si sono confrontati in un dialogo a coppie che si è dipanato per 9 ore.  Discorso di apertura affidato a Richard Barbrook, che ha presentato la lezione nata dalla ricerca per il libro <a href="http://www.imaginaryfutures.net/book/" target="_blank">Imaginary Futures</a>. Partendo dalla cibernetica e dal ruolo dominante che hanno assunto gli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale in poi, il teorico inglese ha approfondito e spiegato l&#8217;idea alla base di questo suo libro: la gestione della narrazione del tempo futuro porta al controllo dello spazio presente, in poche parole chi possiede il tempo controlla lo spazio. Scarica e guarda la presentazione della conferenza<a href="http://www.imaginaryfutures.net/imaginary_futures_projector.zip" target="_blank"> Imaginary Furtures</a>.<br />
Tra gli altri sono intervenuti in questa conversazione: <strong>Alexabder Rose, Drew Hemment, David Link, Alan N. Shapiro, Ken Rinaldo, Maja Kuzmanovic, Denis Rojo (Jaromil), Gustaff Harriman Iskandar, Gabriella Giannachi, Denisa Kera, Jimmy Loizeau, Nicola Triscott, Andy Cameron, Julian Oliver, Victoria Estok, Tapio Mäkelä</strong>.</p>
<p>La conferenza<em> Atemporality - A Cultural Speed Control?</em>, moderata da<strong> Jose Luis de Vicente</strong> e con la partecipazione di <strong>Alexander Rose, Siegfried Zielinski, Mike Sandbothe</strong>, è stata introdotta da una lezione di <strong>Bruce Sterling</strong>. L&#8217;autore cyberpunk ha posto l&#8217;accento sulla molteplicità di tipologie di tempo che si affastellano nella nostra vita quotidiana, giungendo alla conclusione che una delle caratteristiche della contemporaneità è proprio l&#8217;atemporalità. Questa atemporalità non viene però vista daSterling come un fattore negativo quanto una sorta di tabula rasa dove è possible realizzare e vivere qualsiasi tempo pensabile. In contrasto con il pessimismo e la mancanza di visione del futuro che ci è propria, Bruce Sterling ha invitato tutto a <strong>imbracciare con pragmatismo il nostro tempo e trasformarlo in ciò che vogliamo</strong>.<br />
In questa conferenza è stato particolarmente efficace anche il discorso del professor Siegfried Zielinski, che partendo dalle sue ricerche sull&#8217;archeologia dei media, ha sottolineato come sia necessario muoversi attraverso il passato verso il futuro.</p>
<p>Come terza sessione di questo programma c&#8217;è stata la conferenza <em>Liquid Democracies</em>, moderata da<strong> Tiziana Terranova</strong> e con la partecipazione di <strong>Steve Lambert, Matteo Pasquinelli</strong> e <strong>Sasha Lobo</strong>.<br />
Steve Lambert e Sasha Lobo hanno presentato i loro progetti in ambito di attivismo e giornalismo partecipato, mentre Matteo Pasquinelli ha presentato la sua nuova lezione sul neofeudalesimo digitale (<a href="http://matteopasquinelli.com/liquid-democracies-transmediale" target="_blank">http://matteopasquinelli.com/liquid-democracies-transmediale</a>).<br />
Partendo da un&#8217;analisi sul triste destino dell&#8217;attivismo politico dei media e di Internet. Una realtà dove un media indipendete come Indymedia è stato surclassato da una piattaforma commerciale come YouTube e dove i famigerati bottom-up media si sono condensati su social network come Facebook e Twitter. Il motto del post-modernismo “<strong>non c&#8217;è più uno spazio esterno</strong>” è diventato anche il claim di Internet, dove non esiste più una frontiera e lo spazio è chiuso da protocolli, codici, copyright. Affermare che non c&#8217;è più uno spazio esterno vuol dire che non c&#8217;è più neanche un passato o un futuro. Anzi il futuro torna su stesso e si configura come neofeudale: invece che democrazie liquide sarebbe meglio parlare di neofeudalesimo liquido, dove <strong>pochi proprietari hanno il controllo di infrastrutture, protocolli, diritti</strong> di una massa che si sta livellando sul basso, a livello culturale, sociale ed economico. La società dei network non è una società orizzontale, quanto una società fortemente polarizzata su tre vettori: competizione, monopolio e cooperazione. La rendita è il nuovo profitto, dove se il secondo nasce dalla vendita di prodotti, la prima cresce attraverso uno sfruttamento monopolistico degli spazi, sia reali che virtuali.</p>
<p>Insomma anche quest&#8217;anno Transmediale, secondo la linea impostata dal direttore artistico <strong>Stephen Kovats</strong>, è riuscito a confrontarsi criticamente con la realtà contemporanea, dove se nella passata edizione, Deep North, si era posto l&#8217;accento sulle coordinate spaziali, in questa edizione l&#8217;attenzione si è soffermata sulla nostra visione e percezione del tempo.</p>
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		<title>transmediale 2010: FUTURITY NOW!</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 09:47:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Lodi</dc:creator>
		
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci spiace, ma questo articolo è disponibile soltanto in <a href="http://www.toshare.it/?feed=rss2&amp;lang=en">English</a>.</p>
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		<title>Node Fest 2010</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 12:05:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[
Il NODE FEST è il principale prodotto/esperimento del Trauma Studio. Le prime edizioni del festival nel 2008 e nel 2009 hanno attraversato l&#8217;Italia da nord a sud, spostando oltre 150 artisti in 2 anni e riscuotendo ottimi consensi da parte del pubblico. Anche per l&#8217;edizione 2010 il NODE FEST si propone come un festival elettronico-digitale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/02/node2010.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1915" title="node2010" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/02/node2010.jpg" alt="node2010" width="600" height="426" /></a></p>
<p>Il <strong>NODE FEST </strong>è il principale prodotto/esperimento del Trauma Studio. Le prime edizioni del festival nel 2008 e nel 2009 hanno attraversato l&#8217;Italia da nord a sud, spostando oltre 150 artisti in 2 anni e riscuotendo ottimi consensi da parte del pubblico. Anche per l&#8217;edizione 2010 il NODE FEST si propone come un festival elettronico-digitale itinerante, ma varca gli stretti  confini italiani per proporsi come evento di livello internazionale.<br />
Tre città in altrettanti paesi, sia europei che non comunitari: <strong>il 20 Marzo a PARIGI</strong>, la &#8220;ville lumiére&#8221;;<strong> il 4 Aprile ad Istanbul</strong>, la &#8220;porta d&#8217;oriente&#8221;; <strong>il 17 Aprile a Roma</strong>, la &#8220;città eterna&#8221;. Esposizioni e proiezioni, dj-sets e live-sets, performances e installazioni multimediali, in una grande vetrina collettiva dedicata all&#8217;avanguardia elettronica, alle produzioni digitali &#8220;dal basso&#8221; e alle più contaminate e trasversali forme di espressione artistica.</p>
<p>Questa antologia itinerante proporrà i progetti, i prodotti e le opere realizzati dagli artisti, dalle strutture, dalle etichette, dalle produzioni e dai collettivi che si vanno affermando nei paesi attraversati quest&#8217;anno. Insomma il  NODE FEST si riconferma anche per il 2010 come un momento di forte scambio interculturale, oltre che come un articolato appuntamento artistico su scala internazionale.<br />
Chi abbia voglia di partecipare ad una delle tappe del NODE FEST 2010 è invitato a presentare <strong>entro e non oltre il 15 febbraio 2010 </strong>il proprio progetto inviando:</p>
<p>- nome autore/i e provenienza (natale e di residenza attuale)<br />
- titolo<br />
- formato/categoria/breve descrizione<br />
- scheda tecnica<br />
- foto/video/link</p>
<p>ai seguenti indirizzi: giada.tot@gmail.com; trix_k7@hotmail.it; alessio.chierico@gmail.com</p>
<p>Il TRAUMA STUDIO è un progetto collettivo che opera ad ampio spettro nel campo delle arti elettroniche e digitali, spaziando dalla produzione/distribuzione di audiovisivi (spot, videoclip, cortometraggi, documentari) alle più recenti espressioni delle arti visive (digital-imaging, video-arte, VJing), dalle evoluzioni delle<br />
arti performative (teatro-danza, installazioni multimediali, percorsi interattivi) fino alla produzione musicale di studio (demo, EP, vinili).</p>
<p>Il TRAUMA STUDIO è uno spazio-laboratorio dedicato ad artisti, tecnici e curiosi, dove incontrarsi, condividere saperi, sviluppare progetti e trovare/inventare gli strumenti necessari per realizzarli. Il progetto si fa manifesto di un determinato modo di fare oggi arte, diffondere cultura e produrre informazione, schierato contro il diritto d’autore in favore di nuovi sistemi di condivisione peer-to-peer, di softwares open-source e di produzioni copy-left. Un progetto aperto, promotore di collaborazioni e connessioni a livello internazionale.</p>
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		<title>Augmented Reality e QRcode per l&#8217;N Building di Tokyo</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jan 2010 11:19:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>penelope.di.pixel</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
N Building from Alexander Reeder on Vimeo.
Quello che vedete nel video è l&#8217;N Building di Tokio, un palazzo avvenieristico proiettato nella dimensione ibrida e profondamente contemporanea della Realtà Aumentata (A/R in gergo). Tempo fa avevamo esplorato alcuni scenari si città sensibili, come i cinque grattacieli emotivi di Stoccolma  o la Dexia Tawer di Bruxell, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="586" height="290"><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="movie" value="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=8468513&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=&amp;fullscreen=1" /><embed src="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=8468513&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=&amp;fullscreen=1" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always" width="586" height="290"></embed></object>
<p><a href="http://vimeo.com/8468513">N Building</a> from <a href="http://vimeo.com/user1859070">Alexander Reeder</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
<p>Quello che vedete nel video è l&#8217;N Building di Tokio, un palazzo avvenieristico proiettato nella dimensione ibrida e profondamente contemporanea della Realtà Aumentata (A/R in gergo). Tempo fa avevamo esplorato alcuni scenari si città sensibili, come <a href="http://www.artsblog.it/post/2212/progetto-emotional-cities-i-cinque-grattacieli-piu-alti-di-stoccolma-riflettono-il-mood-dei-cittadini">i cinque grattacieli emotivi di Stoccolma</a>  o <a href="http://www.artsblog.it/post/2332/dexia-tower-la-piu-grande-installazione-interattiva-permenente-di-bruxelles">la Dexia Tawer di Bruxell</a>, molto diversi da questo progetto ma accomunati da diversi fattori. Ecco cosa ci offre invece l&#8217;N Building.</p>
<p>L&#8217;esperienza in realtà aumentata coinvolge tutta la facciata del palazzo. Come vedete nel video, le finestre sono infatti degli enormi <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Codice_QR">QRcode</a>. Scaricando un&#8217;apposita applicazione mobile, chi passeggia può puntare il suo cellulare sull&#8217;N Building, fotografare una o più finestre (ovvero uno o più QRcode) e scoprire le informazioni racchiuse nel palazzo (offerte, saldi, oggetti eccetera): inoltre, se qualcuno sta twittando in quel momento il passante potrà visualizzarlo e leggere cosa sta dicendo.</p>
<p>La superficie del palazzo incorpora dunque uno strato informazionale, si apre, assume una dimensione interattiva e relazionale e diventa &#8220;cliccabile&#8221; proprio come un&#8217;interfaccia web, offrendo un esempio del &#8220;next big thing&#8221;, l&#8217;&#8221;internet delle cose&#8221;. Ovvero, a voler semplificare in poche parole, la possibilità di pubblicare informazioni su corpi, architetture e oggetti con le enormi conseguenze che ne derivano. Provate a rifletterci e aimaginare una internet disseminata e intanto, da questo lato, proveremo a offrire spunti, riflessioni ed esempi di progetti che colgano gli aspetti emergenti di questo processo.</p>
<p>N Building nasce da una collaborazione fra <a href="http://www.terradesign.pt/">Terradesign</a> e <a href="http://www.qosmo.org/Home.html">Qosmo</a>.</p>
<p>Via | <a href="http://www.artsblog.it/post/4953/augmented-reality-e-qrcode-ln-building-di-tokyo">Artsblog</a></p>
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		<title>Intervista suicida</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 13:46:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>penelope.di.pixel</dc:creator>
		
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Ne abbiamo scritto e parlato molto e finalmente ecco l&#8217;intervista su Seppukoo.com.
Il progetto ha fatto molto ha suscitato molte reazioni, giungendo anche sulla stampa nazionale, ma per capirne di più ne abbiamo parlato direttamente con gli ideatori, il gruppo Les Liens Invisibles, analizzando insieme a loro diversi aspetti del progetto. Scopriamo così il legame profondo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="post-h" src="http://static.blogo.it/artsblog/seppukoo.jpg" border="0" alt="les liens invisibles" width="432" height="238" /></p>
<p>Ne abbiamo scritto e parlato molto e finalmente ecco l&#8217;intervista su Seppukoo.com.</p>
<p>Il progetto ha fatto molto ha suscitato molte reazioni, giungendo anche sulla stampa nazionale, ma per capirne di più ne abbiamo parlato direttamente con gli ideatori, il gruppo <a href="http://www.artsblog.it/tag/les liens invisibles">Les Liens Invisibles</a>, analizzando insieme a loro diversi aspetti del progetto. Scopriamo così il legame profondo del progetto con Luther Blissett, storico suicida (è stato lui a commettere il seppuku per la prima volta, ispirando il gruppo); le difficoltà incontrate nello sviluppo della piattaforma (&#8221;<em>un lavoro più da escapisti che da programmatori</em>&#8220;, come ci dicono sorridendo); la scelta della della resurrezione degli utenti (ovvero la reversibilità del suicidio); il legame fra life style e politica.</p>
<p>Parte delle domande hanno inoltre riguardato la vicenda Facebook, nel tentativo di capire quali fossero le controversie legali alla base della richiesta di bloccare l&#8217;operazione. L&#8217;ultima domanda indaga invece il possesso delle nostre identià digitali chiedendosi se, come nel mondo fisico possiamo, possiamo realmente &#8220;<em>cancellarcidalla faccia dei social network</em>&#8220;&#8230;</p>
<p>Secondo voi è possibile? Buona lettura.</p>
<p><span id="more-1909"></span><br />
<strong>- Seppukoo.com: un lavoro che ha avuto una lunga gestazione. Quando avete iniziato a lavorarci e come vi è venuta l&#8217;idea? Tecnicamente, come funziona il sistema?</strong></p>
<p>L&#8217;idea originaria risale ai primi mesi del 2008 e prendeva in esame inizialmente la piattaforma MySpace.<br />
Abbiamo cominciato con uno studio di fattibilità teorica, chiedendoci se sarebbe mai stato possibile convincere le persone a rinunciare alla propria vita online e quali meccanismi avremmo dovuto sollecitare per rendere l&#8217;operazione possibile.<br />
Una risposta convincente ci venne solo molti mesi più tardi, sul finire del 2008, quando elaborammo il concept dell&#8217;attuale piattaforma Seppukoo per una application che proponeva la creazione di un virus.<br />
Nel frattempo la piattaforma di riferimento a livello globale era diventata Facebook, e la sua forte connotazione identitaria permetteva più che in ogni altro social network finora creato l&#8217;identificazione con la propria esistenza online. Ma anche il nostro obiettivo nel frattempo era cambiato: non miravamo più alla liberazione dell&#8217;individuo come un fine, ma come un mezzo per colpire un corpo più grande, l&#8217;intero social-body di Facebook fatto di utenti e connessioni. Nonostante la scelta della commissione ricadde su un altro progetto decidemmo comunque di portare avanti Seppukoo, anche se in tempi meno stringenti.<br />
D&#8217;altra parte le difficoltà non mancavano, e per noi si trattava di un&#8217;esperienza del tutto nuova rispetto alle<br />
precedenti nostre piattaforme. Non si trattava infatti di ricostruire e detournare uno schema di funzionamento, ma di inserirsi all&#8217;interno di un sistema ed emulare una sessione di navigazione dell&#8217;utente via script, compiendo le operazioni necessarie alla disattivazione dell&#8217;account.<br />
Un lavoro più da escapisti che da sviluppatori, se consideriamo che avevamo contro 1500 programmatori che quasi settimanalmente cambiavano le carte in tavola, costringendoci di volta in volta a rivedere l&#8217;applicazione per superare nuovi blocchi di sicurezza.</p>
<p><strong>- Un famoso suicida via seppukoo nella storia della cultura underground italiana è Luther Blissett, che è anche uno dei vostri testimonial. Come e quanto vi siete ispirati al suo personaggio e qual&#8217;è, se vi va di<br />
rispondere, il vostro testimonial preferito?</strong></p>
<p>Sicuramente di tutto il progetto la parte più divertente è stato impersonificare i nostri testimonial, fase in cui siamo stati aiutati da un vero e proprio team. Difficile dire quale tra loro sia stato il nostro preferito, ma sicuramente il più significativo ai fini del progetto è stato proprio Luther Blissett, personaggio chiave per la nostra formazione e spesso ricorrente nei nostri lavori. In questo caso poi lo stesso nome del progetto, Seppukoo, è ispirato proprio all&#8217;atto conclusivo del Luther Blissett Project, il seppuku appunto.<br />
Ma questo non è il solo motivo alla base della citazione. Nella seconda metà degli anni &#8216;90 il Luther Blissett Project ha saputo portare avanti una efficace critica sull&#8217;identità che in parte abbiamo voluto riprendere e traslare nel mondo dei social network. Tra i &#8216;90 e i primi &#8216;00 infatti Internet si presentava come un mezzo in grado non solo di superare le barriere fisiche dello spazio ma anche quelle della propria identità. L&#8217;anonimato, il nickname e gli avatar garantivano la possibilità di essere al contempo uno, nessuno e<br />
centomila&#8230; Attraverso il culto dell&#8217;individuo, delle sue vanità e dei suoi voyeurismi, il fenomeno facebook ha vanificato tutto questo, replicando sulla rete lo stesso schema identitario della vita &#8220;reale&#8221;. E&#8217; inquietante, e noi l&#8217;abbiamo provato con la nostra stessa esperienza, come Facebook si possa avvalere - attraverso i Terms of Conditions a cui ogni utente è sottosto - del diritto di disabilitare un profilo solo perché questo ha un nome non corrispondente al proprio nome reale. E&#8217; evidente quanto l&#8217;obiettivo finale sia quello di creare la sincronia perfetta tra il &#8220;corpo virtuale&#8221; e quello &#8220;reale&#8221;, al fine di poter vendere un prodotto (gli utenti) sempre più affidabile.<br />
<strong><br />
- Da un lato esperienza radical chic, dall&#8217;altro tentativo di invertire i meccanismi di sfruttamento del (mitico) web 2.0 disconnettendo gli utenti. Qual&#8217;è per voi oggi il confine fra life stile e politica? Seguendo quale logica siete arrivati a scegliere la via della &#8220;resurrezione per i suicidi?</strong></p>
<p>Lo stile di vita è politica.<br />
Parlando di Facebook spesso ci capita di imbatterci in un luogo comune molto frequente che è quello di chi si vanta di usarlo in maniera &#8220;intelligente&#8221;, una sorta di giustificazione che si cerca di dare alla propria presenza su uno strumento che è politicamente fortemente connotato.<br />
La resurrezione più che una nostra scelta è stata un&#8217;imposizione con cui abbiamo dovuto fare i conti e che abbiamo sfruttato a nostro vantaggio: non abbiamo mai avuto aspirazioni paternaliste nei confronti dei nostri utenti e il nostro scopo non è mai stato quello di salvare i matrimoni e le vite reali dei facebook-addicted ma quello di fare riflettere una volta di più sulle implicazioni che questo strumento comporta.<br />
Questo approccio ci ha permesso di raggiungere anche e soprattutto molte persone che in realtà non avevano alcuna intenzione di rinunciare a Facebook, ma che proprio grazie alla reversibilità dell&#8217;operazione hanno potuto sperimentare l&#8217;esperienza della disconnessione, se pur temporanea. La resurrezione diventa inoltre un&#8217;occasione in più per sottolineare l&#8217;impossibilità e la difficoltà a far sparire i propri dati personali che risiedono su server al di fuori del nostro controllo.</p>
<p><strong>- Ma parliamo delle recenti prese di posizione di Facebook: poco tempo fa ricevete una lettera dai suoi legali. Qual&#8217;èera esattamente il contenuto della lettera? Vi aspettavate una reazione del genere?</strong></p>
<p>Facebook ci contesta alcune operazioni proprie della nostra applicazione, ovvero l&#8217;aver utilizzato i dati di accesso dei suoi utenti e di avere raccolto le loro informazioni senza avere l&#8217;autorizzazione di Facebook e senza aver utilizzato la loro piattaforma &#8220;Connect&#8221;, predisposta sempre da facebook per interagire con il suo sistema e poter così controllare ogni accesso ad esso.<br />
Prendendo come scusa la volontà di tutelare la privacy dei suoi Utenti, che stando a quanto dicono avrebbero molto a cuore ma stando a quanto dice Zuckerberg vorrebbero di fatto abolire, Facebook ci ha quindi intimato di cessare ogni nostra attività in tal senso e di cancellare tutti i dati contenuti su seppukoo.com, il che, in definitiva, coincide con la distruzione stessa del nostro lavoro.<br />
Sapevamo che potevamo aspettarci un attacco dal punto di vista legale ma non credevamo che sarebbero stati così avventati da mettere a repentaglio la loro facciata buonista rispondendo con gli avvocati a una critica, amplificandone di fatto l&#8217;efficacia.</p>
<p><strong>- Esistono in rete progetti simili al Seppukoo, come Suicide Machine che recentemente ha ricevuto lettere simili alle vostre: qual&#8217;è il significato reale della linea scelta da FB?</strong></p>
<p>Banalmente non crediamo che abbiano a cuore preservare gli utenti dal commettere suicidio, d&#8217;altra parte non siamo riusciti a raggiungere cifre tali da poter impensierire anche solo minimamente sotto questo punto.<br />
Si tratta di una presa di posizione decisamente autoritaria nei confronti dei contenuti degli utenti preservati in<br />
Facebook. Mentre lo stesso Facebook ha potuto espandersi attraverso l&#8217;utilizzo di altri network, come per<br />
esempio l&#8217;accesso all&#8217;indirizzario di GMail, nei termini di utilizzo di Facebook si vieta all&#8217;utente la possibilità di dare le proprie credenziali a terzi.<br />
E&#8217; un modo attraverso il quale si cerca sicuramente di preservare un monopolio de facto su quei dati personali.</p>
<p><strong>- Alla fine avete scelto di non rimuovere il sito. Ci sono altre occasioni in cui vi siete trovati in situazioni simili? Cosa significa &#8220;infrangere la legge&#8221; e che significato può assumere in un percorso di arte/attivismo</strong>?</p>
<p>In effetti sembra che in molti non apprezzino i nostri interventi. Sul piano internazionale si tratta della seconda minaccia legale che riceviamo, in passato ci era capitato di ricevere un&#8217;altra minaccia dal giornale francese Le Figaro per A Fake is A Fake ma non vi fu nessun seguito. Peggio in italia, dove abbiamo subito due processi di cui uno ancora in corso contro un parlamentare UDC, Luca Volontè. Senza dover per forza stare a riproporre lo stesso modello stereotipato di attivismo, crediamo che la questione non sia se infrangere la legge o meno. E&#8217; più interessante ed efficace giocare con limiti e contraddizioni della cosiddetta legalità,<br />
smontandone i presupposti, modificandone la prospettiva e continuando ad inventare sempre nuove vie di fuga.</p>
<p><strong>- Infine, una riflessione: quando ho parlato per prima volta del vostro progetto mi aveva colpito il parallelo fra la possibilità del suicidio come atto estremo di cancellazione dell&#8217;individuo nel mondo fisico. Possediamo la stessa facoltà nel mondo digitale?</strong></p>
<p>Può sembrare macabro ma spesso non ci rendiamo conto che le nostre identità digitali continueranno ad esistere per chissà quanto tempo ancora dopo la nostra sopraggiunta morte fisica. Già adesso i social network sono oggetto dello sciacallaggio più meschino nei recenti fatti di cronaca, ad opera di &#8220;amici&#8221; che vendono i contenuti del caro estinto al massmedia di turno.<br />
L&#8217;aspetto paradossale e ironico della memorial page a nostro avviso rende evidente che quei profili che ogni giorno agghindiamo non sono altro che le nostre future lapidi digitali, destinate a sottrarre al sepolcro il ruolo di rifugio della nostra memoria.</p>
<p>Via| <a href="http://www.artsblog.it/post/4854/intervista-suicida">Artsblog.it</a></p>
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		<title>Rip! A remix manifesto.it</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 09:27:07 +0000</pubDate>
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Rip! A remix Manifesto è un film realizzato dall&#8217;attivista web Brett Gaylor e riguarda il sensazionale caso di Gril Talk, musicista che rappresenta solo la cima di un movimento e di un fenomeno intrinseco alla cultura digitale: il mash up.
Le bellissime canzioni di Girl Talk, costruite attraverso la selezione di migliaia di campionamenti da canzioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/01/rip.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1900" title="rip" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/01/rip.jpg" alt="rip" width="600" height="350" /></a></p>
<p><em>Rip! A remix Manifesto</em> è un film realizzato dall&#8217;attivista web <strong>Brett Gaylor </strong>e riguarda il sensazionale caso di Gril Talk, musicista che rappresenta solo la cima di un movimento e di un fenomeno intrinseco alla cultura digitale: il mash up.<br />
Le bellissime canzioni di<strong> Girl Talk</strong>, costruite attraverso la selezione di migliaia di campionamenti da canzioni pop, sono opere di ingegno o furti di &#8220;proprietà intellettuale&#8221; altrui?<br />
<em>Rip! A remix Manifesto</em> è un film che parla di mash-up e vie grazie al mash-up. L&#8217;autore ha licenziato tutti gli spezzoni del film online ed è possibile remixare il documentario a piacimento.</p>
<p>Inoltre dal 13 gennaio troverete in libreria il DVD <em>Rip! A remix manifesto</em> (di Brett  Gaylor <a href="http://www.ripremix.com/" target="_blank">http://www.ripremix.com/</a>) - Feltrinelli Real Cinema nel quale Fabio Battistetti aka Eniac ha redatto i contenuti extra del dvd stesso: Music Restart, una compilation musicale di autori italiani (12 : Camusi, Hermitage, Simone Pelliconi, Stefano Amen, Black Era, Emily Plays, Riga, Tomme, Matera Electronics, Mihi Lavish, Hi Risk Cafe, Dresda) che licenziano la propria musica in Creative Commons e che la diffondono tramite la Rete:<br />
<a href="http://www.feltrinellieditore.it/RealCinema/SchedaLibro?id_volume=5001354" target="_blank">http://www.feltrinellieditore.it/RealCinema/SchedaLibro?id_volume=5001354</a></p>
<p>C&#8217;è anche un contest, il premio Remix, per rimescolare i contenuti video del film documentario:<br />
<a href="http://www.feltrinelli.it/remix" target="_blank">http://www.feltrinelli.it/remix</a><br />
il vincitore parteciperà alla serata Remix che si svolgerà a Milano in Aprile (maggio infos le trovate all&#8217;url sopra riportato).</p>
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		<title>E ancora magnaven e semper beveven Barbera: SQUATTING SUPERMARKETS &#124; La Scighera</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 08:15:34 +0000</pubDate>
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E ancora magnaven e semper beveven Barbera: SQUATTING SUPERMARKETS
* Evento speciale
Inizio:
Domenica, 24 Gennaio, 2010 - 21:00 - 23:30
share2-002620-2_3_4_tonemapped-400&#215;266.jpg
SQUATTING SUPERMARKETS performance di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico
Mangiare. Scegliere prodotti, verdure, spezie. Gesti semplici e antichi che nel contemporaneo diventano porte di accesso verso una complessità che di rado ci viene comunicata. Agrumi che viaggiano per migliaia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.lascighera.org/e-ancora-magnaven-e-semper-beveven-barbera-squatting-supermarkets"><img src="http://www.lascighera.org/files/images/share2-002620-2_3_4_tonemapped-400x266.jpg" alt="" /></a></p>
<p>E ancora magnaven e semper beveven Barbera: SQUATTING SUPERMARKETS</p>
<p>* Evento speciale</p>
<p>Inizio:</p>
<p>Domenica, 24 Gennaio, 2010 - 21:00 - 23:30</p>
<p>share2-002620-2_3_4_tonemapped-400&#215;266.jpg</p>
<p>SQUATTING SUPERMARKETS performance di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico</p>
<p>Mangiare. Scegliere prodotti, verdure, spezie. Gesti semplici e antichi che nel contemporaneo diventano porte di accesso verso una complessità che di rado ci viene comunicata. Agrumi che viaggiano per migliaia di chilometri. Persone dalle schiene ricurve a raccogliere riso, the, caffè. Catene di montaggio in cui prodotti della natura e della chimica diventano scatole e confezioni che, dopo un po&#8217;, riempiono i nostri frigoriferi e le nostre dispense.</p>
<p>E&#8217; un processo opaco, raccontato poco e in modo parziale. Cosa mangiamo? Da dove viene? Chi lo produce? Che impatto ha sull&#8217;ambiente e sulle persone? E, soprattutto, chi sono queste persone?</p>
<p>Squatting Supermarkets inizia da lì, da dove finisce l&#8217;etichetta. Lo spazio del supermercato, così codificato e controllato, si apre, diventa Open Source. Una azione di squat concettuale: occupare la realtà quotidiana con strati aggiuntivi di informazione, comunicazione, espressione.</p>
<p>Squatting Supermarkets offre una nuova scrittura, per riscrivere il reale: gli oggetti, i prodotti, le cose che mangiamo diventano vivi, e possono raccontare storie.</p>
<p>Già realizzato più volte dentro gli spazi commerciali di supermercati e centri commerciali, Squatting Supermarkets alla Scighera assumerà un ruolo più conviviale.</p>
<p>Un Buffet, pieno di pietanze gustose, permetterà agli intervenuti di aprire dialoghi, di farsi raccontare storie, viaggi ed emozioni. Prendere in mano una tartina, un piatto di insalata o un bicchiere di the diventerà un gesto di apertura al dialogo, alla voglia di essere presenti nel mondo in modo attivo.</p>
<p>Interfacce naturali, computer vision, riconoscimento di gestualità e interaction design da tavola: una realtà aumentata tutta da gustare per reinventare il presente.</p>
<p>Squatting Supermarkets è una idea/performance di Art is Open Source ed un prodotto editoriale Open Source di FakePress.</p>
<p>Presentato per la prima volta come special project del Piemonte Share Festival 2009, ha vinto il Green Prize offerto da Environment Park di Torino.</p>
<p>http://www.artisopensource.net</p>
<p>http://www.fakepress.net</p>
<p>http://www.toshare.it</p>
<p>LA RASSEGNA: Ancora due documentari e una performance intorno al cibo; al centro dell&#8217;attenzione il percorso che il cibo compie prima di arrivare in tavola: le dinamiche economiche, commerciali e linguistiche che regolano questo processo, e le umanità che ne sono protagoniste.</p>
<p>Ingresso libero con tessera Arci</p>
<p>via<a href="http://www.lascighera.org/e-ancora-magnaven-e-semper-beveven-barbera-squatting-supermarkets">E ancora magnaven e semper beveven Barbera: SQUATTING SUPERMARKETS | La Scighera</a>.</p>
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		<title>(English) Star Trek, Marx and Time Travel</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jan 2010 11:36:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ci spiace, ma questo articolo è disponibile soltanto in English.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci spiace, ma questo articolo è disponibile soltanto in <a href="http://www.toshare.it/?feed=rss2&amp;lang=en">English</a>.</p>
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		<title>CYNETART- competition 2010</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jan 2010 09:16:02 +0000</pubDate>
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L&#8217;associazione no-profit che organizza il festival CYNETART ha nominato TMA Hellerau per ospitare il concorso internazionale di CYNETART, invitando artisti e gruppi di arte a presentare i loro progetti ogni due anni. Gli artisti possono partecipare con progetti che sfruttano pienamente le tecnologie digitali nei loro processo concettuale, creativo e esecutivo, aprendo così nuove opportunità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/01/cynetart.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1883" title="cynetart" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/01/cynetart.jpg" alt="cynetart" width="600" height="285" /></a></p>
<p>L&#8217;associazione no-profit che organizza il festival CYNETART ha nominato <a href="http://tma.de" target="_blank">TMA Hellerau </a>per ospitare il concorso internazionale di <a href="http://cynetart.de/competition" target="_blank">CYNETART</a>, invitando artisti e gruppi di arte a presentare i loro progetti ogni due anni. Gli artisti possono partecipare con progetti che sfruttano pienamente le tecnologie digitali nei loro processo concettuale, creativo e esecutivo, aprendo così nuove opportunità per le performamce digitali e le loro relazioni con elementi come il tempo, lo spazio, la presenza fisica e la socializzazione.</p>
<p>Una giuria internazionale con rappresentanti di grande esperienza, con un forte background nella storia della media art media decretrà i vincitori del CYNETART-competition 2010, sponsorizzati da sponsor commerciali per un importo di 10.000 euro e per l&#8217;aggiudicazione di una borsa di studio per una residenza d&#8217;artista finanziata dal Ministero Sassone per l&#8217;Istruzione superiore, la ricerca e le belle arti.<br />
<a href="http://cynetart.de/competition" target="_blank"><br />
Partecipa a CYNEART 2010</a>.<br />
<strong>Termine ultimo</strong> per la presentazione è il<strong> 28 febbraio 2010</strong>.<br />
Il CYNETART 2010 si svolge dal 11 al 21 novembre 2010.</p>
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		<title>Gita in realtà aumentata da Eataly</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 19:37:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>penelope.di.pixel</dc:creator>
		
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A complemento della retrospettiva su Squatting Supermarkets, ecco finalmente online l&#8217;intervista realizzata con Eataly presso nello store di Torino.
Al termine della nostra gita in realtà aumentata attraverso i prodotti di Eataly, Dino Borri  ha infattigentilemnte risposto alle nostre brevi ma concise domande, dandoci la possibilitò di aprire un confronto su temi quali l&#8217;interazione con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/B98I4sMFv58&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/B98I4sMFv58&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>A complemento della <a href="http://www.toshare.it/?p=1864">retrospettiva</a> su Squatting Supermarkets, ecco finalmente online l&#8217;intervista realizzata con Eataly presso nello store di Torino.</p>
<p>Al termine della nostra gita in realtà aumentata attraverso i prodotti di Eataly, Dino Borri  ha infattigentilemnte risposto alle nostre brevi ma concise domande, dandoci la possibilitò di aprire un confronto su temi quali l&#8217;interazione con il pubblico, la possibilità di ibridare arte e strategie commerciali, l&#8217;uso di tecnologie digitali e il design dell&#8217;interazione.</p>
<p>Ma è forse il finale a riservare una sorpresa. A Dino Borri abbiamo infatti rivolto una domanda già posta al pubblico di Share Festival &#8216;09: &#8220;Che differenza c&#8217;è fra Eataly e una galleria d&#8217;arte&#8221;. Onestamente la risposta di Borri ci lascia più che soddisfatti: &#8220;Nessuna. Eataly è forse meglio di una galleria d&#8217;arte perchè le nostre opere sono accessibili a tutti&#8230;&#8221;.</p>
<p>La retrospettiva su Squatting supermarkets si conclude con un altro video: Shopdropping&#8230;</p>
<p>Con questo un ringraziamento a Francesco Farinetti per averci consentito di realizzare la performance e a Simona Milvo, per averne seguito passo passo tutte le fasi di questa operazione.</p>
<p><span id="more-1880"></span></p>
<p>Credits</p>
<p>special project:<br />
Piemonte Share Festival 2009 Market Forces<br />
http://www.toshare.it</p>
<p>Green Award 2009 , Environment Park<br />
http://www.envipark.it</p>
<p>music by:<br />
xDxD.vs.xDxD<br />
puzzling evidence</p>
<p>our thanks go to</p>
<p>Eataly and their wonderful staff</p>
<p>Simona Milvo<br />
Dino Borri</p>
<p>and to</p>
<p>Francesco Farinetti<br />
for allowing FakePress to perform<br />
this innovative experiment </p>
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		<title>Squatting Supermarkets. Retrospettiva dal Piemonte Share Festival - 3/8 novembre 2009</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 13:23:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>penelope.di.pixel</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Squatting Supermarkets. Retrospettiva dal Piemonte Share Festival - 3/8 novembre 2009: l'installazione; Workshop e percorsi formativi e performativi; Shopdropping: l’azione e i corpi; gita in realtà aumentata da Eataly; il Green Award dell’Environement Park di Torino]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1873" title="share2-002620-2_3_4_tonemapped2" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/01/share2-002620-2_3_4_tonemapped2-300x200.jpg" alt="share2-002620-2_3_4_tonemapped2" width="300" height="200" /></p>
<p>Progetto speciale della 5° edizione del Piemonte Share Festival ‘09 premiato con il Green Award dell’Environement Park di Torino, Squatting Supermarkets ha incarnato un percorso di ricerca artistica, scientifica, tecnologica e di azione sul territorio capace coinvolgere in modo trasversale il pubblico intervenuto fra accademici, curatori, studenti, artisti e curiosi. Suscitando l’interesse della stampa nazionale, internazionale e di settore.</p>
<p>Art Is Open Source, con la sua anima artistica, artivista e di network globale, e Fake Press, con la sua anima di produzione, hanno esplorato e realizzato i molteplici elementi del progetto attraverso installazioni, workshop, performance e azioni in cui la ricerca attiva del dialogo e il corpo dei presenti hanno giocato un ruolo fondamentale.</p>
<p>A festival concluso ecco una retrospettiva dell’intenso lavoro svolto: in allegato il servizio fotografico e una press release aggiornata.</p>
<p><strong>L’installazione</strong></p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1874" title="img_5791" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/01/img_5791-300x200.jpg" alt="img_5791" width="300" height="200" /></p>
<p>Ideata da Salvatore Iaconesi, l’istallazione Squatting Supermarkets ha riprodotto all’interno del Museo Regionale delle Scienze Naturali  di Torino un supermercato interattivo in realtà aumentata incentrato sulla possibilità di aggiungere strati di informazione sulla realtà, capaci di svelare agli avventori degli scaffali la complessità di relazioni in cui sono immersi i prodotti. E le loro storie. L’estetica minimal pop dell’opera, grazie a 300 barattoli modificati con etichette Squatting Supermarkets in cinque colori (rosso, fuxia, giallo, blu e verde), è un omaggio al feticismo visuale e all’onnipresenza del logo nella metropoli contemporanea: 300 occhi multicolore fissano i passanti e non si può sfuggire al loro magnetismo.<br />
iSee, applicazione per iPhone, Symbian e Android basata sul riconoscimento dei loghi, è infatti il primo elemento dell’installazione. Esposto su un cubo bianco all’interno di una teca di plexiglass, un iPhone inquadra il logo di un caffè. Contemporaneamente, sullo schermo inizia a scorrere in loop un micro-documentario che illustra gli impatti ecologici e ambientali della produzione di caffè sui paesi d’importazione. Una versione dimostrativa di ciò che avviene andando a fare la spesa: fotografando il logo di un prodotto, ecco che informazioni provenienti da una pluralità di fonti scorrono sullo schermo del nostro cellulare. Il logo diventa un wiki, un’infrastruttura di comunicazione aperta e potenzialmente accessibile a una massa critica di soggetti, un socialnetwork distribuito: l’internet delle cose sbarca al supermercato, nei luoghi del consumo - quelli che miliardi di persone frequentano ogni giorno in tutto il mondo - caricandosi di implicazioni economiche, sociologiche, antropologiche realmente sterminate.<br />
Davanti all’iPhone, un espositore in metallo grigio è il cuore interattivo dello spazio.<br />
Le due facciate dell’espositore completano il percorso dell’installazione offrendo due esperienze diverse e complementari.<br />
La prima, dedicata allo story telling distribuito, è incarnata da un evocativo oracolo in versione tecnologica: una serie di prodotti anonimi inseriti dentro sacchetti di plastica (caramelle, sale, caffè, olive), frutta e ortaggi contraddistinti unicamente da un Qrcode (codice a barre bidimensionale) sono disposti simmetricamente su quattro scaffali. Al centro un grande schermo proietta un occhio su sfondo nero (a sua volta il logo di iSee e di Squatting Supermarkets)  che guarda il pubblico e invita ad essere consultato. Inserendo un prodotto nello scaffale sottostante, grazie ad una webcam che inquadra il codice, l’occhio-oracolo ne disvela la storia nascosta proiettando dei video davanti ad uno stupito acquirente: olive seminate sotto le bombe in Palestina, fabbriche di caramelle grigie e sudate, una riunione di operai bangladesi, gigantesche miniere di sale scavate dentro le montagne del Sud America. Informazioni che un etichetta (e per limiti fisici e/o per volontà politica) non racconterà mai.<br />
Il terzo elemento si focalizza invece sul dialogo: l’architettura, l’esposizione, il design dell’esperienza di un centro commerciale sono progettati per assicurare che chi percorre lo spazio possa scegliere la merce e andare via nel minor tempo possibile. Una logica che non presuppone nessuna forma di dialogo. Eppure i consumatori dimostrano una predisposizione non trascurabile, pronti a discutere sulle merci e sulle scelte che orientano i loro acquisti: secondo uno studio Eurisco circa il 30% dei cittadini europei sarebbe disposto a diventare un boycotter attivo se avesse le informazioni adeguate. Anche online le cose non sono diverse, come dimostra la seconda facciata dello scaffale. Uno schermo, simmetrico all’occhio-oracolo, proietta la visualizzazione infoestetica di dialoghi sui temi shopping e supermercato che intercorrono su tre social network globali (Facebook, Twitter, FriendFeed), aggiornandola ogni 18 secondi: la gente parla in continuazione di merci e si confronta sulle esperienze del consumo,  ma non ha strumenti di espressione. Per completare l’azione, “Shoptivism TV”, una webTV   in diretta dal Museo, coinvolge il pubblico del Festival in un dialogo sui temi dell’installazione realizzando due collegamenti in remoto: da San Francisco con all’artista Jonathon Keats, ideatore della Banca dell’Antimateria, e da Roma con l’inaugurazione di The Hub Roma, un network internazionale che si occupa di economia cooperativa per confrontarsi aprire un dibattito sull’innovazione sociale. Ma Shoptivism TV - come la proiezione infoestetica – oltre a rappresentare la ricerca di un dialogo attivo, dimostra l’uso concreto di iSee. Nell’ottica di un social network distribuito chiunque, anche all’interno di un centro commerciale, può esprimere il suo punto di vista e condividerlo. Per farlo basta registrare un commento vocale dal proprio cellulare e aggiungerlo al prodotto:  Shoptivism TV può essere ogni giorno e in ogni momento.</p>
<p><strong>I Workshop: percorsi formativi e performativ</strong>i</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1875" title="img_5812" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/01/img_5812-300x200.jpg" alt="img_5812" width="300" height="200" /></p>
<p>Due i workshop organizzati, in due momenti e destinati pubblici diversi.<br />
Venerdì 29 ottobre, qualche giorno prima dell’inaugurazione, è la volta di “Squatting Supermarkets: introduzione teorica e pratica allo Shoptivism”. Un gruppo di circa 14 studenti del Multi D@ms di Torino ne sono protagonisti. Il workshop è stato suddiviso di due parti: nelle prime due ore Salvatore Iaconesi a partire dal percorso teorico e artistico dell’istallazione e dalle sue implicazioni socio-economiche e antropologiche è arrivato a definire i tratti fondamentali dello Shoptivism. Nelle due ore successive insieme a Oriana Persico il gruppo è stato direttamente coinvolto nella creazione dell’èquipe della web Tv Shoptivism, diventando parte integrante dell’installazione: si è dunque proceduto a ideare insieme al gruppo un modulo per le interviste definendo tre domande fondamentali e illustrando il funzionamento del software di regia (LiveStream). Nell’idea di coinvolgere i corpi in un’azione diretta, gli studenti sono inoltre stati invitati a partecipare a un’azione di Shopdropping: appuntamento venerdì 6 novembre alle 13 davanti al Museo delle Scienze per rietichettare merci disseminando micro narrative urbane nei centri commerciali della città. Il workshop, azione inclusa, viene inserito nel percorso formativo degli studenti che riceveranno dei crediti formativi e un attestato di partecipazione rilasciato da Share Festival, Art is Open Source e Fake Press.<br />
Pubblico e aperto a tutti è invece il secondo workshop “Complex Shopping Narratives”. Presentano Luca Simeone, Federico Ruberti e Salvatore Iaconesi. Momento di approfondimento teorico, Complex Shopping Narratives illustra ai presenti le modalità di pubblicazione scelte da Fake Press: cross mediali, ubique, distribuite, emergenti, location based, in realtà aumentata. Offrendo una prospettiva incisiva e completa sulle forme di editoria emergenti e sulle possibilità di reinventare i modelli editoriali esistenti. Il focus della presentazione si sposta su iSee rispondendo a domande controverse e pungenti. Esiste un pubblico pronto a utilizzare una tecnologia di questo tipo? Qual’è il modello di business alla base dell’esperimento? A chi viene proposto? Statistiche alla mano, si scopre che il cellulare in Italia ha una percentuale di penetrazione del 150%; che gli utenti intervistati da Eurisco non solo sarebbero pronti a diventare boycotter “di professione”, ma si fidano tendenzialmente più delle informazioni reperite sui social network che dalle etichette dei prodotti; che le aziende, inclusi i player globali, sbarcano in massa sui social network per tentare di assicurarsi una “good reputation” e acquisire capitale relazionale, spinti da necessità. Ma non sempre è facile e gli esisti di campagne di questo tipo non sono affatto scontate. Per farsi un’idea realistica del contesto, è sufficiente una semplice ricerca online: digitando la parola “Apple” su Google Italia scopriamo, ad esempio, che il 4° risultato è occupato da Wikipedia; che gli ultimi tre paragrafi dell’articolo di Wikipedia sono dedicati ai temi “Critiche”, “Inquinamento”, “Apple vs Apple”; che il 5° risultato è un blog di utenti appassionati di Apple che ogni giorno si scambiano autonomamente pareri, consigli impressioni sul marchio, sui prodotti, sulle sue politiche dell’azienda.<br />
Se queste dinamiche, globalmente diffuse, costituiscono la realtà dei produttori e degli utenti, la ricchezza di contenuti e di relazioni sviluppata online si sta distribuendo su luoghi, persone e oggetti: l’internet delle cose non è una visione del futuro a venire, ma un processo in atto (perfettamente rappresentato dai miliardi di codici a barre). Fake Press colloca la sua azione in questo spazio fisico e immateriale partendo dall’osservazione dell’esistente e da una non prescindibile presa di coscienza della realtà contemporanea. Se iSee, come dimostrano le statistiche, ha un pubblico potenziale di riferimento e risponde a una domanda sociale e di mercato, il prodotto editoriale proposto da Fake Press è in un’infrastruttura di comunicazione e di servizi (un ecosistema) capace di una risposta attuale e percorribile a un economia di crisi (ecosistemica): in un  sistema di comunicazione e relazione globali - interconnesso, emergente, polifonico dove gli stessi prodotti improvvisamente sono in grado raccontare le loro storie - la chiave per il successo di mercato e la sopravvivenza nella competizione (radicalmente multi-direzionale e non prevedibile) è integrare un comportamento etico, ecologico, il più possibile vicino alla sostenibilità. Integrare, in sintesi, l’ecosistema nel concetto di valore/profitto, restituendolo alla sua dimensione più genuina e reale.<br />
Gestori di punti vendita, produttori grandi e piccoli, cooperative, associazioni di consumatori, enti di certificazione ambientale, coltivatori diretti, corporation. Sono queste le tipologie di partner che hanno strutturalmente interesse a investire nel progetto editoriale iSee. A questi partner Fake Press offre la possibilità di fornire un prodotto-servizio portatore di innovazione reale, capace di rispondere a emergenze del presente intercettando le tendenze più contemporanee della tecnologia, un prodotto destinato ai loro pubblici di riferimento ma accessibile a una molteplicità di soggetti potenzialmente globale.</p>
<p><strong>Shopdropping: l’azione e i corpi</strong></p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1876" title="img_2542" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/01/img_2542-300x199.jpg" alt="img_2542" width="300" height="199" /></p>
<p>Venerdì 6 è il giorno focalizzato sui corpi.<br />
Un’azione semplice e coinvolgente vede protagonisti il gruppo di studenti del Multi D@ms a cui si aggregano altri studenti dell’Accademia Albertina, il collettivo Aut Art di Milano e uno studente dell’accademia di Venezia sopraggiunto insieme a loro. La notizia dell’azione gira veloce, piace, contagia: la voglia di espressione è palpabile, un espressione contemporanea capace di smuovere il fondo compatto della realtà – siamo un popolo di consumatori. Così alle 13 il gruppo, accompagnato da Maya e Gianfranco Mura che riprenderanno con videocamera e macchina fotografica l’azione, si dirige verso i principali supermercati e centri commerciali della città, quelli raggiungibili a piedi senza sforzo (e senza inquinare). Muniti di etichette adesive, barattoli colorati marchiati Squatting Supermarkets con il logo del supermercato in bella vista, l’azione consiste nel coprire il codice a barre dei prodotti in modo da renderlo non leggibile al lettore infrarossi della cassa, o nell’introdurre merci rietichettate e inconsuete all’interno degli scaffali (i barattoli dell’installazione).  Sulle etichette adesive micro narrative (haiku urbani) inducono a riflettere sulle modalità del consumo e sulle contraddizioni che viviamo ogni giorno: “Mentre usi questo prodotto ti capiterà, almeno una volta, di fermarti e pensare di cambiare radicalmente la tua vita”; “Il 70% delle volte che usi questo prodotto dimenticherai di smaltirne correttamente la confezione”; “Non saprai mai la storia di questo prodotto”; “Questo prodotto ha probabilmente percorso una distanza maggiore di quanta ne farai tu in tutta la tua vita”; Sii felice! Sei parte di una piccola èlite globale. Solo il 7% delle persone nel mondo può comprare questo prodotto”&#8230; E così via. Un azione non violenta, innocua, che sfiora i bordi dell’illegalità, ma capace di interrompere il flusso programmato del consumo, realizzando in forma artigianale le Complex Shopping Narratives rappresentate nell’installazione e descritte nei workshop. Due ore di gioiose incursioni: i neo-shoptivist di Squatting Supermarkets prendono d’assalto due supermercati e due centri commerciali torinesi, passando pressoché inosservati agli occhi dei vigilanti. Gli sguardi incrociati senza scambiare parole, un piccolo brivido, immaginare le reazioni di clienti e cassieri a maneggiare un oggetto inconsueto che sfugge alla codifica immediata (del consumatore e del lettore a infrarossi), la sensazione intimamente liberatoria di entrare in questi luoghi sciolti da vincolo dell’acquisto nel corpo e nella mente. Lì insieme. Semplicemente per fare un’altra cosa.<br />
Shoptivism - Play</p>
<p><strong>Gita in realtà aumentata @ Eataly</strong></p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1877" title="img_5861" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/01/img_5861-300x200.jpg" alt="img_5861" width="300" height="200" /></p>
<p>Sabato 7 novembre Squatting Supermarkets arriva a Eataly, proiettando ancora una volta la sua azione fuori dal Museo e aprendo dialoghi col territorio. Innovativa esperienza di punto vendita globale legato alla filosofia Slow Food, il marchio Eataly riunisce un gruppo di piccole aziende che operano nei diversi comparti del settore enogastronomico sotto il motto “Alti cibi a prezzi sostenibili. L’eccellenza deriva dal saper gestire i limiti”., .Non stupisce che Eataly, alla descrizione del progetto, abbia accolto con entusiasmo la prospettiva dell’inusuale “gita in realtà aumentata” per sperimentare dal vivo l’applicazione iSee.<br />
È così che, intorno alle 11:00, un gruppo composto da studenti e frequentatori di Share Festival guidati da Fake Press e Art Is Open Source e dall’occhio digitale di un iPhone, si ritrova a percorrere i locali di Eataly, scoprendo divertito e curioso la storia di un tonno che emerge da una scatoletta; una bottiglia di birra raccontare l’avventura dei microbirrifici; un chicco di caffè felice di creare opportunità per gli agricoltori e le persone sfortunate del carcere di Torino; un prosciutto spiegare il suo marchio d’origine controllata; un’acqua ecologica che rispetta l’ambiente. Disseminando qua e là al suo passaggio QRcode sui prodotti nell’accogliente e vivace atmosfera dello store.<br />
La gita si conclude con l’intervista a Dino Borri che risponde in modo fresco e acuto alle domande poste, raccontando la filosofia che guida le scelte di Eataly, il rapporto con i clienti, la naturale vocazione artistica e culturale dello store che ospita persino un museo. Ed è anche a lui che viene rivolta una domanda centrale che ricollega i temi dell’installazione, di un Festival dedicato alle Market Forces e della nostra presenza in un luogo come Eataly: che differenza c’è fra i vostri scaffali e le opere esposte dentro una galleria? “Nessuna. Noi forse siamo meglio di una galleria d’arte, perchè le nostre opere sono accessibili a tutti!”.<br />
Una risposta che, oltre alla coerenza, ci soddisfa pienamente.</p>
<p><strong>Il Green Award dell’Environement Park di Torino</strong></p>
<p>L’intenso viaggio di Squatting Supermarkets al Piemonte Share Festival ‘09 ha un finale inaspettato per tutti, curatori inclusi. A sorpresa L’Environement Park di Torino, un innovativo parco tecnologico nato su iniziativa della Regione Piemonte, della Provincia e del Comune di Torino che raccoglie circa 70 aziende in una struttura di 30.000 metri quadrati, assegna al progetto il Green Award per la tecnologia a impatto zero: un premio che sarebbe dovuto partire in prospettiva l’anno prossimo, ma che Alessandro Battaglino, amministratore delegato del Parco, decide in via speciale di assegnare subito a Squatting Supermarkets cogliendone l’impatto, le prospettive di realizzazione e la vocazione ecologica ed eco-sostenibile della tecnologia sviluppata.</p>
<p><strong>Site&amp;Cointacts</strong><br />
www.fakepress.net<br />
www.artisopensource.net</p>
<p><strong>Credits</strong></p>
<p><strong>Squatting Supermarkets</strong> (installation)<br />
Concept, software &amp; artistic direction: Salvatore Iaconesi<br />
Arts, Crafts &amp; Scenography: a fantastic group of students of the Accademia Albertina of Turin with the direction of Oriana Persico<br />
Video Production &amp; Editing: Gianmarco Bonavolontà</p>
<p><strong>iSee</strong><br />
Fake Press</p>
<p><strong>Squatting Supermarkets: introduzione pratica e teorica allo Shoptivism </strong>(workshop) and <strong>Shoptivism</strong> (Web TV)<br />
Concept &amp; Direction: Salvatore Iaconesi and Oriana Persico<br />
The group of participants: Silvia Aimone, Roberto Brogi, Eleonora Cappai, Federico Manassero, Barbara Raimondi, Riccardo Rea, Federico Trovarelli, Salvatore Tuscolano.</p>
<p><strong>Complex Shopping Narratives</strong> (workshop)<br />
Artistic Statement: Salvatore Iaconesi<br />
Antropological introduction &amp; Interaction Design Theory: Luca Simeone<br />
Strategic Marketing &amp; Communication Research: Federico Ruberti<br />
Eco-sustainability &amp; Alternative Economic Models Research: Cary Hendrickson</p>
<p><strong>Shopdropping</strong><br />
Salvatore Iaconesi, Oriana Persico, an incredible group of students from Multi D@MS and Accademia Albertina, Collettivo Aut Art (Milan), a student from Accademia of Venice<br />
Fotography &amp; video: Gianfranco Mura and Maya</p>
<p><strong>Augmented Reality Tour @ Eataly</strong><br />
Concept &amp; Direction: Salvatore Iaconesi and Oriana Persico<br />
Contact &amp; Coordination: Simona Milvo (Eataly)<br />
Interview: Dino Burri (Eataly)</p>
<p><strong>Special Thanks to</strong><br />
Tone and is dog, Maria, Davich, prof. Giulio Lughi, Massimo Melotti, Gadda, Lo|bo, Aut Art, Les Liens Invisibles, Maya, Gianfranco Mura, Stefan, Mirella, Marie, Franca Formenti, Dario Carrera, Conny Neri, Ivan Fadini, Jonaton Keats, Anna Masera, Dario Migliardi, Roberta Bosco, Alessio Oggioni, Filippo Giannetta, Kathryn Weir, Luca Giuliani, Pete Ippel, Stefano Sburlati, Silvia and the team of students of Multi D@MS, Gianmarco Bonavolontà,  Rolf van Gelder, and the all organisation of Piemonte Share Festival (Simona Lodi, Chiara Garibaldi, Luca Barbeni, Chiara Ciociola and the guest curator Andy Cameron) for the beautiful hospitality and work.<br />
All the people that spent time with us during the Festival</p>
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		<title>Intervista a Scenocosme: gli universi interattivi di Grégory Lasserre e Anaïs met den Ancxt</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 00:39:35 +0000</pubDate>
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Come promesso, ecco per voi la bella intervista con  Grégory Lasserre e Anaïs met den Ancxt, in arte Scenocosme.
Abbiamo svolto l&#8217;intervista in francese, per cui come sempre riporto anche l&#8217;originale e la traduzione italiana.
Oltre alla descrizione di come è avvenuto il loro incontro artistico e personale, ho cercato di indagare insieme a loro gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.artsblog.it/galleria/scenocosme/"><img class="post-h" src="http://static.blogo.it/artsblog/scenocosme/scenocosme1.jpg" alt="" width="432" height="288" /></a></p>
<p>Come promesso, ecco per voi la bella intervista con  Grégory Lasserre e Anaïs met den Ancxt, in arte <a href="http://www.scenocosme.com">Scenocosme</a>.</p>
<p>Abbiamo svolto l&#8217;intervista in francese, per cui come sempre riporto anche l&#8217;originale e la traduzione italiana.</p>
<p>Oltre alla descrizione di come è avvenuto il loro incontro artistico e personale, ho cercato di indagare insieme a loro gli elementi principali che caratterizzano le loro opere: l&#8217;interazione, il sogno, il legame con la natura e la musica, il modo di utilizzare la tecnologia e il concetto di &#8220;design dell&#8217;invisibile&#8221;, filo conduttore di molte delle loro creazioni suggestive e delicate. E adesso immergiamoci insieme a loro nei micro-universi di Scenocosme.</p>
<p>Buona lettura</p>
<p><a href="http://www.artsblog.it/galleria/scenocosme/">scenocosme</a><br />
<a href="http://www.artsblog.it/galleria/scenocosme/1"><img class="gallerythumb" src="http://static.blogo.it/artsblog/scenocosme/thn_scenocosme1.jpg" alt="" width="130" height="87" /></a><br />
<a href="http://www.artsblog.it/galleria/scenocosme/2"><img class="gallerythumb" src="http://static.blogo.it/artsblog/scenocosme/thn_scenocosme3.jpg" alt="" width="130" height="98" /></a><br />
<a href="http://www.artsblog.it/galleria/scenocosme/3"><img class="gallerythumb" src="http://static.blogo.it/artsblog/scenocosme/thn_scenocosme4.jpg" alt="" width="130" height="99" /></a><br />
<a href="http://www.artsblog.it/galleria/scenocosme/4"><img class="gallerythumb" src="http://static.blogo.it/artsblog/scenocosme/thn_scenocosme6.jpg" alt="" width="130" height="87" /></a></p>
<p><span id="more-1861"></span></p>
<p><strong>- Grégory e Anaïs: coppia nella vita e nel lavoro. Come vi siete incontrati?</strong></p>
<p>Lavoriamo insieme dal 2003, da quando abbiamo iniziato la creazione di &#8220;<a href="http://www.scenocosme.com/spheraleas.htm">SphèrAléas</a>&#8220;, la nostra prima installazione interattiva e immersiva. In quel momento, Grégory lavorava su alcuni primi dispositivi interattivi. E così, per un evento, abbiamo provato insieme a lavorare sull&#8217;immersione dello spettatore in uno spazio onirico, ciò che ha finito per diventare SphèrAléas. Anche se abbiamo competenze diverse, in multimedia e in scenografia, abbiamo costruito e sperimentato tutto insiemer, esplorando la nozione complessa di interattività, dove si mescolano elementi come la relazione, l&#8217;interfaccia, la deambulazione, la messa in scena, gli ambienti visuali e sonori.</p>
<p><strong>- Scenocosme, un nome molto evocativo: come lo avete scelto e perché?</strong></p>
<p>Scenocosme è l&#8217;associazione delle parole &#8220;scenografia&#8221; e &#8220;cosmos&#8221;, nel senso che proviamo a immergere gli spettatori in piccoli mondi fuori dal comune, &#8220;extra-ordinari&#8221; ma che rimangono sempre intimi. Una installazione per un piccolo numero di persone favorisce gli scambi, gli incontri intorno ad un&#8217;esperienza condivisa. Abbiamo scelto di chiamarci Scenocosme dopo aver concepito &#8220;SphèrAléas&#8221;, un&#8217;opera dove ritroviamo  quest&#8217;idea di microcosmi visuali e sonori in perpetua evoluzione attraverso l&#8217;azione degli spettatori.</p>
<p><strong>- Nei vostri lavori sembrano emergere tre elementi fondamentali: l&#8217;interazione, il sogno, la natura, ma la musica è l&#8217;esperienza sensoriale forse più forte o comunque molto presente. Esiste un legame fra questi elementi?</strong></p>
<p>In effetti, il fatto di creare opere interattive ci permette in qualche modo di rendere reali i nostri sogni e i nostri fantasmi. Viviamo in un mondo industriale, razionale e meccanizzato. Certamente è per una forma di contro-reazione a questo ambiente che desideriamo in modo del tutto naturale mischiare tecnologie e idee fantasmagoriche. Nella maggiorparte delle nostre creazioni, abbiamo scelto di lavorare su una relazione sonora, perché il suono ha questo potere incredibile e affascinante di attraversare il nostro corpo provocando un&#8217;emozione immediata. Anche se non siamo musicisti, proviamo a costruire i nostri propri strumenti. È anche vero che traiamo molta ispirazione dalla musica concreta e sperimentale.</p>
<p><strong>- Ci spiegate meglio il concetto di &#8220;design dell&#8217;invisibile&#8221; e come trova espressione nelle vostre opere? Anche la tecnologia: c&#8217;è, ma tende a scomparire&#8230;</strong></p>
<p>Il concetto di &#8220;design de l&#8217;invisible&#8221; è una riflessione sul modo di rendere visibile i differenti flussi di cui siamo circondati e che non vediamo: i flussi naturali e artificiali come i flussi biologici, climatici, energetici, elettromagnetici.  Li definiamo &#8220;<em>fantosmatiques</em>&#8220;. Con questo termine, intendiamo dire che sono al contempo  dei fantasie (désideri, rimpianti, peure), et di fantasmi perché non li vediamo. E siccome sono invisibili, nutrono il nostro immaginario ci proiettano molto velocemente tra finzione e realtà, ciò che noi ritroviamo nelle nostre creazioni.<br />
Con <a href="http://www.scenocosme.com/akousmaflore.htm">Akousmaflore</a>, <a href="http://www.scenocosme.com/kimapetra.htm">Kimapetra</a> e <a href="http://www.scenocosme.com/contacts_installation.htm">Contacts</a>, parliamo essenzialmente della nostra nuvola biologica ed energetica, legata a una nuvola microclimatica, fatta di acqua, di diossido di carbonio, di calore e di energia  elettrostatica. Possiamo immaginare che questa nuvola &#8220;fantosmatique&#8221; che ci segue come un ombrequi nous suit comme une ombre, e che ha certamente un&#8217;influenza diretta sull&#8217;ambiente che attraversa. Con questi tre progetti, la rendiamo percettibile sotto forma di suoni. Queste installazioni sono inoltre il modo per toccare e commuovere il pubblico, al fine di farlo interrogare sulla sua relazione con le piante, l&#8217;ambiente, gli altri corpi viventi e l&#8217;environnement, les autres corps vivants, per indurlo a un racconto, ad uno scambio di storie a questo proposito.<br />
Per quanto concerne la tecnologia, anche se è un mezzo essa tende a scomparire semplicemente perché non &#8220;esponiamo&#8221; i dispositivi tecnici. Le nostre creazioni artistiche propongono delle performence poetiche ed emozionali che invitano gli spettatori al dialogo, allo scambio di un&#8217;esperienza straordinaria.</p>
<p><strong>- C&#8217;è un&#8217;opera a cui siete particolarmente legati e che, in quelche modo, vi rappresenta più di altre? Se si, quale e perchè?</strong></p>
<p>SphèrAléas rimane ancora la nostra opera più importante e più complessa. Per noi è anche l&#8217;opera &#8220;sociale&#8221; più interessante, sia per la sua forma, sia per la relazione che si crea con gli spettatori. Si è arrichita e ci ha arricchito attraverso tutti gli incontri che ha generato. Al suo interno, durante le performance con gli spettatori ma anche a monte, quando organizziamo degli atelier di creazioni di universi visuali eet sonori col pubblico. In qualche modo questa opera è una sorta di modello, un esempio per le nostre altre creazioni, perché ci spinge a continuare il nostro lavoro sulle installazioni intime ed evolutive attraverso gli spettatori.</p>
<p><strong>- Progetti per il futuro: state lavorando a qualche nuova installazione?</strong></p>
<p>Abbiamo dei progetti e delle idee, ma ogni opera richiede dei lunghi periodiu di sperimentazione e di produzione.<br />
La creazione che vogliamo realizzare per il 2010 si chiama &#8220;Contacts&#8221;.<br />
Questa installaizone sonora mette in scena il corpo e la pelle degli spettatori.<br />
Ancora una volta, nessuna interfaccia tecnologica è visibile. I soli elementi palpabili son una biglia e il corpo fisico dell&#8217;altro. Per vivere l&#8217;esperienza, bisogna essere almeno in due, e ciò favorisce degli strani incontri fra sconosciuti. Abbiamo sperimentato questa opera giusto quelche settimana fa, trovate qui maggiori informazioni: <a href="http://www.scenocosme.com/contacts_installation.htm">http://www.scenocosme.com/contacts_installation.htm</a></p>
<p>Grazie agli Scenocosme e personalmente concludo con un invito: andate a visitare i link e le loro opere, i video sono davvero bellissimi. Augurandomi di rivederli presto in Italia.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>FRENCH VERSION</p>
<p><strong>- Grégory et Anaïs : un couple dans la vie et dans le travail. Comment vous êtes-vous rencontrés</strong> ?</p>
<p>Nous travaillons ensemble depuis 2003, date à laquelle nous avons commencé par créer &#8220;SphèrAléas&#8221;, notre première installation immersive et interactive. A ce moment là, Grégory travaillait sur des premiers dispositifs interactifs. Pour un événement, nous avons essayé ensemble de travailler sur l&#8217;immersion du spectateur dans un espace onirique, ce qui a finit par donner SphèrAléas. Même si nous avons des compétences différentes, en multimédia et en scénographie, nous avons tout expérimenté et construit ensemble, en explorant la notion complexe d&#8217;interactivité où se mêlent des questions de relations, d&#8217;interfaces, de déambulation, de mise en scène, d&#8217;environnements visuels et sonores.</p>
<p><strong>- Scenocosme, un nom tres évocatif : comment l&#8217;avez-vous choisi et pourquoi? </strong></p>
<p>Scenocosme est l&#8217;association des mots &#8220;scénographie&#8221; et &#8220;cosmos&#8221;, dans le sens que nous essayons de plonger les spectateurs dans des petits mondes hors du commun, extra ordinaires mais qui sont toujours intimistes. Une installation pour un petit nombre de personnes favorise les échanges, les rencontres autour d&#8217;une expérience partagée. Nous avons choisi de nous appeler Scenocosme après avoir conçu &#8220;SphèrAléas&#8221;, où nous retrouvons cette idée de microcosmes visuels et sonores en perpétuelle évolution sous l&#8217;action des spectateurs.</p>
<p><strong>- Dans vos travaux semblent émerger trois éléments fondamentaux : l&#8217;interaction, le rêve, la nature, mais la musique est l&#8217; expérience sensorielle peut-être la plus forte ou de toute façon très présente. Existe-t-il un lien parmi ces éléments ?</strong></p>
<p>En effet, le fait d&#8217;inventer des oeuvres interactives nous permettent d&#8217;une certaine manière de rendre réel nos rêves et fantasmes. Nous vivons dans un monde industriel rationnel et mécanisé. C&#8217;est certainement en contre réaction avec cet environnement que nous vient tout naturellement le désir de mêler technologie et idées fantasmagoriques. Dans la plupart de nos créations, nous avons choisi de travailler sur une relation sonore, parce que le son a ce pouvoir incroyable et fascinant de traverser nos corps en provoquant une émotion immédiate. Même si nous ne sommes pas musiciens, nous essayons de produire nos propres instruments. Nous sommes d&#8217;ailleurs beaucoup inspirés par la musique concrète et expérimentale.</p>
<p><strong>- Pouvez nous mieux expliquer le concept de &#8220;design de l&#8217;invisible&#8221; et comment il trouve expression dans vos oeuvres ? Même la technologie : elle est presente, mais tend à disparaître… </strong></p>
<p>Le concept du &#8220;design de l&#8217;invisible&#8221; est une réflexion sur la manière de rendre visible les différents flux qui nous entourent et que nous ne voyons pas: les flux naturels et artificiels comme les flux biologiques, climatiques, énergétiques, électromagnétiques. Nous disons qu&#8217;ils sont &#8220;fantosmatiques&#8221;. Ce mot valise signifie qu&#8217;ils sont à la fois sources de fantasmes (désirs, craintes, peurs), et fantômes car nous ne les voyons pas. Comme ils sont invisibles, ils nourrissent notre imaginaire, et nous basculons très vite entre fiction et réalité, ce que nous retrouvons dans nos créations.<br />
Avec Akousmaflore, Kimapetra et Contacts, nous parlons essentiellement de notre nuage biologique et énergétique, qui s&#8217;apparente à un nuage micro climatique, constitué d&#8217;eau, de dioxyde de carbone, de chaleur, et d&#8217;énergie électrostatique. Nous pouvons imaginer ce nuage &#8220;fantosmatique&#8221; qui nous suit comme une ombre, et qui a certainement une influence directe sur l&#8217;environnement qu&#8217;il traverse. Avec ces trois projets, nous le rendons perceptible sous la forme de sonorités. Ces installations sont aussi des prétextes pour toucher et émouvoir le public, pour qu&#8217;il s&#8217;interroge sur sa relation avec les plantes, l&#8217;environnement, les autres corps vivants, et se raconte, s&#8217;échange des histoires à ces propos.<br />
En ce qui concerne la technologie, même si c&#8217;est un médium, elle tend à disparaître, tout simplement parce que nous ne faisons pas démonstration des dispositifs techniques. Nos créations artistiques proposent des performances poétiques et émotionnelles qui invitent les spectateurs au dialogue, à l&#8217;échange dans le partage d&#8217;une expérience extra ordinaire.</p>
<p><strong>- Est-ce-que il y a une oeuvre à laquelle vous êtes particulièrement liés et que, en quelque façon, elle vous représente plus que d&#8217;autres ? Si oui, laquelle et pourquoi ? </strong></p>
<p>SphèrAléas reste toujours l&#8217;oeuvre la plus importante, la plus complexe. Pour nous, c&#8217;est notre &#8216;&#8221;oeuvre sociale&#8221; la plus intéressante, tant par sa forme que par les relations qui se créent avec les spectateurs. Elle s&#8217;est enrichie et nous a enrichis par toutes les rencontres qu&#8217;elle a pu générer. A l&#8217;intérieur, durant les performances avec les spectateurs, mais aussi en amont, quand nous organisions des ateliers de créations d&#8217;univers visuels et sonores avec le public. Elle est en quelque sorte un modèle, un exemple pour nos autres créations, parce qu&#8217;elle nous a encouragés à continuer de travailler sur des installations intimistes et évolutives sous l&#8217;action des spectateurs.</p>
<p><strong>- Projets pour le futur : êtes-vous en train de travailler sur une nouvelle installation?</strong></p>
<p>Nous avons des de projets et des idées mais chaque oeuvre nous demande de longs moments d&#8217;expérimentations et de productions.<br />
La création que nous désirons parfaire pour 2010 se nomme &#8220;contacts&#8221;.<br />
Cette installation sonore interactive met en scène le corps et la peau des spectateurs.<br />
Là encore, aucune interface technologique n&#8217;est visible. Les seuls éléments palpables sont une bille et le corps physique de l&#8217;autre. Pour vivre l&#8217;expérience, il faut être au moins deux, favorisant ainsi d&#8217;étranges rencontres entre des inconnus. Nous avons déjà expérimenté cette oeuvre il y a toute juste quelques semaines. Plus d&#8217;informations ici : http://www.scenocosme.com/contacts_installation.htm</p>
<p>Fonte | <a href="http://www.artsblog.it/post/4757/intervista-a-scenocosme-gli-universi-interattivi-di-gregory-lasserre-e-anais-met-den-ancxt">Artsblog</a></p>
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		<title>Facebook fights back, disallows the Suicide Machine</title>
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		<comments>http://www.toshare.it/?p=1848#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 05 Jan 2010 16:15:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Lodi</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
After seppukoo.com another Suicide Machine&#8230;is the Web 2.0 finish ?
s.
&#124;&#124;&#124;&#124;&#124;
via the L.A. Times.
Facebook fights back, disallows the Suicide Machine
Websuicide Like the computer in the movie &#8220;2001,&#8221; Facebook is struggling to keep its profiles from virtual extinction at the hands of its arch enemy - the Web 2.0 Suicide Machine.
The Suicide Machine is a clever Web [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1850 aligncenter" title="suicide-machine" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/01/suicide-machine.jpg" alt="suicide-machine" width="200" height="223" /></p>
<p>After seppukoo.com another Suicide Machine&#8230;is the Web 2.0 finish ?</p>
<p>s.</p>
<p>|||||</p>
<p>via the L.A. Times.</p>
<p>Facebook fights back, disallows the Suicide Machine</p>
<p>Websuicide Like the computer in the movie &#8220;2001,&#8221; Facebook is struggling to keep its profiles from virtual extinction at the hands of its arch enemy - the Web 2.0 Suicide Machine.</p>
<p>The Suicide Machine is a clever Web site out of the Netherlands that was designed to free users from their social network lives on Facebook, Twitter, MySpace and LinkedIn. You just pick one of the networks, start up the machine, and it graphically shows you unfriending your contacts, one by one, and eliminating all your other contacts with your profile. Forever.</p>
<p>Although the now-friendless profile actually survives, the Suicide Machine is designed not to allow you ever to sign on to it again.</p>
<p>You don&#8217;t want to fool around with it unless you&#8217;re serious. Like taking that first step off the Golden Gate Bridge, once you click to start the process on the Suicide Machine, you can&#8217;t stop it.</p>
<p>See video, below, on how the machine works and a tongue-in-cheek look at life in the real world after freedom from social-networking sites.</p>
<p>Except that Facebook is now fighting back. The Suicide Machine is reporting that Facebook has banned its IP address, thus foiling suicides. You can almost hear the machine singing &#8220;Daisy.&#8221;</p>
<p>But this is not the end, swears the Web version of Dr. Kevorkian. The Suicide Machine posted a friendly message on its site: &#8220;We are currently looking in ways to circumvent this ungrounded restriction imposed on our service!  Thanks for your understanding.&#8221;</p>
<p>&#8211; David Colker</p>
<p>via<a href="http://latimesblogs.latimes.com/technology/2010/01/facebook-fights-back-disallows-the-suicide-machine.html" target="_blank"> Facebook fights back, disallows the Suicide Machine | Technology | Los Angeles Times</a>.</p>
<p>||||||||||||||</p>
<p>via BBC news</p>
<p>Facebook blocks social network profile removal service</p>
<p>Once users opt for &#8220;web suicide&#8221; the process cannot be halted.</p>
<p>Social network giant Facebook has blocked a website from accessing people&#8217;s profiles in order to delete their online presence.</p>
<p>The site, Web 2.0 Suicide Machine, offers to remove users from Facebook, Twitter, LinkedIn and Myspace.</p>
<p>It does not delete their accounts but changes the passwords and removes &#8220;friend&#8221; connections.</p>
<p>Seppukoo.com, which offers a similar service, was issued with a &#8220;cease and desist&#8221; letter by Facebook in 2009.</p>
<p>Netherlands-based moddr, behind Web 2.0 Suicide Machine, says it believes that &#8220;everyone should have the right to disconnect&#8221;.</p>
<p>However Facebook says that by collecting login credentials, the site violates its Statement of Rights and Responsibilities (SRR).</p>
<p>&#8220;Facebook provides the ability for people who no longer want to use the site to either deactivate their account or delete it completely,&#8221; the company said. &#8220;We&#8217;re currently investigating and considering whether to take further action.&#8221;</p>
<p>Web 2.0 Suicide Machine claims that it only stores the name, profile picture and &#8220;last words&#8221; of its clients, who can choose to watch their friend/follower connections disappear in real time as their profiles unlink from others.</p>
<p>&#8220;Seamless connectivity and rich social experience offered by web 2.0 companies are the very antithesis of human freedom,&#8221; says a statement on its website.</p>
<p>Seamless connectivity and rich social experience offered by web 2.0 companies are the very antithesis of human freedom.<br />
Web 2.0 Suicide Machine</p>
<p>The machine operates on an adjusted Linux server which runs open source software Apache 2.</p>
<p>Seppukoo.com, which offers to remove people from Facebook, received a letter from the social network site&#8217;s lawyers in December 2009.</p>
<p>Once they have deleted their friends Seppukoo clients can choose an image instead of their profile picture to remain as a &#8220;memorial&#8221; .</p>
<p>The site is run by a group called Les Liens Invisibles, and describes itself as an artistic project. The name Seppukoo is taken from a Japanese ritual form of suicide known as Seppuku.</p>
<p>In November 2009 the group orchestrated the &#8220;virtual suicide&#8221; of a group of fictitious Facebook profiles set up in the names of deceased well-known figures including Kurt Cobain, Jim Morrison and Virginia Woolf.<br />
via <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/technology/8441080.stm" target="_blank">BBC News - Facebook blocks social network profile removal service</a></p>
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		<title>Mostra Gianni Colombo</title>
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		<comments>http://www.toshare.it/?p=1828#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 14:18:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Lodi</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Carolyn Christov-Bakargiev]]></category>

		<category><![CDATA[Castello di Rivoli]]></category>

		<category><![CDATA[cinetic art]]></category>

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		<category><![CDATA[Gianni Colombo]]></category>

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		<category><![CDATA[Spazio Elastico]]></category>

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		<description><![CDATA[Mostra Gianni Colombo
Castello di Rivoli - Museo d&#8217;arte contemporanea
Sono gli ultimi giorni per vedere la mostra unica e imperdibile su Gianni Colombo al Castello di Rivoli che chiuderà il 10 gennaio 2010.
Tutti voi cari artisti che fate dello spazio interattivo motivo di pratiche estetiche, andrete in brodo di giuggiole nello “Spazio Elastico” allestito nella Manica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1839" class="wp-caption aligncenter" style="width: 286px"><img class="size-medium wp-image-1839" title="spazio-elestico-def-2" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/01/spazio-elestico-def-2-276x300.jpg" alt="Spazio Elastico" width="276" height="300" /><p class="wp-caption-text">Spazio Elastico</p></div>
<p>Mostra Gianni Colombo<br />
Castello di Rivoli - Museo d&#8217;arte contemporanea</p>
<p>Sono gli ultimi giorni per vedere la mostra unica e imperdibile su <strong>Gianni Colombo</strong> al <a href="http://www.castellodirivoli.org/" target="_blank">Castello di Rivoli</a> che chiuderà il 10 gennaio 2010.<br />
Tutti voi <strong>cari artisti</strong> che fate dello spazio interattivo motivo di pratiche estetiche, andrete in brodo di giuggiole nello “<strong>Spazio Elastico</strong>” allestito nella Manica Lunga del Museo.<br />
Un luogo di sogno percettivo straordinariamente studiato per avvolgere lo spettatore in uno luogo disorientante , dove elastici illuminati dalla luce di Wood creano un ambiente percettivo sviluppato come fattore emozionale e fatto espressivo.<br />
Questa è senza dubbio l’opera più famosa di <strong>Colombo</strong>, con cui ha vinto il primo premio alla Biennale di Venezia del 1968. Un’opera che non è per nulla demodé come molti lavori concettuali di quegli anni,  ma regge il confronto con l’estetica digitale praticata oggi.<br />
Senza strumenti  digitali, né sensori.</p>
<p style="text-align: left;">Perché? Perché Colombo coinvolgeva lo spettatore e fondava il suo lavoro sullo studio della partecipazione in un spazio artistico, dove si transitava e non si guardava soltanto. Colombo  puntava ad un’opera <strong>sinestetica</strong>, anticipando molte correnti di pensiero attuali che caratterizzano l’era di internet. Lo spazio stesso dell’opera è il suo ambiente, che si attiva con la pratica degli spettatori, l’opera è uno spazio da agire.</p>
<p>Come dice la curatrice della mostra <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Documenta" target="_blank">Carolyn Christov-Bakargiev</a>, (che già ci manca, perchè è la direttrice di Documenta 13, ma tralasciamo le polemiche per le nuove nomine alla direzione del Castello)  Colombo non sarebbe stato contento di veder liquidato il suo lavoro come <strong>arte cinetica</strong>, quella corrente che si sviluppa tra gli anni Cinquanta e Sessanta. E anche a noi sembra una definizione limitante.<br />
La sua indagine ha un respiro molto più ampio dell’esplorazione del movimento meccanico delle opere cinetiche. Si occupa del rapporto con<strong> il tempo</strong> che si sviluppa con la reale partecipazione con l’opera, anticipando gli aspetti collaborativi che i linguaggi digitali e internet ci consentono di realizzare a distanza di quarant’anni.</p>
<div id="attachment_1830" class="wp-caption aligncenter" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-1830" title="gianni-colombo" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/01/gianni-colombo.jpg" alt="Gianni Colombo" width="200" height="200" /><p class="wp-caption-text">Gianni Colombo</p></div>
<p>L’arte diventa partecipazione, ispirandosi ad un ideale punto di congiunzione tra tecnologia e scienza, che qui  diventano linguaggi estetici ( una tematica sviluppata anche dall’arte ambientale come per es. da Christo e Jeanne-Claude).<br />
Nel 1959 Colombo fonda il <strong>Gruppo T</strong> con Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gabriele De Vecchi e Grazia Varisco. La lettera T sta per TEMPO, trattato in modo impersonale e scientifico, è l’indicatore di ritmo dell’opera, che deve stimolare riflessi psicologici nel pubblico.<br />
Anche le “<strong>Strutture Acentriche alveolari</strong>” sono opere che anticipano per la loro caratteristica di imprevedibilità, l’arte generativa contemporanea (che fonda il proprio valore nelle forme autogenerate dal codice che ha causato la forma di quell’opera).<br />
Mostrare il processo è il senso di quell’estetica, dove l&#8217;idea è il processo casuale e statistico. Sono gli anni in cui <strong>Umberto Eco</strong> scrive il suo saggio “<strong>Opera aperta</strong>” e gli artisti del Gruppo T espongono nel negozio milanese dell’<strong>Olivetti</strong>, che lui stesso definisce “maniaci del programma matematizzante”.<br />
Sono anni frizzanti di boom economico di un’epoca in fondo perbenista che non c’è più e che per i grandi contrasti che ha lasciato alle future generazioni, non suscita nessuna nostalgia.</p>
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		<title>Un nuovo anno e &#8220;ogni giorno lo stesso sogno&#8221; di molleindustria</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jan 2010 22:14:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Lodi</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
A tutti piace iniziare un nuovo anno con nuovi sogni da realizzare&#8230;..ma ci ricorda Molleindustria, gli autori di giochi attivisti e radicali, ma super divertenti,  che  poi finisce che giochiamo ogni giorno solo lo stesso gioco: la routine.
Every day the same dream
Molleindustria
Music by Jesse Stiles
The game, except for the music, is licensed under a Creative [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.molleindustria.org/everydaythesamedream/everydaythesamedream.html"><img src="http://www.molleindustria.org/everydaythesamedream/every.png" alt="" /></a></p>
<p>A tutti piace iniziare un nuovo anno con nuovi sogni da realizzare&#8230;..ma ci ricorda Molleindustria, gli autori di giochi attivisti e radicali, ma super divertenti,  che  poi finisce che giochiamo ogni giorno solo lo stesso gioco: la routine.</p>
<p><a href="http://www.molleindustria.org/everydaythesamedream/everydaythesamedream.html">Every day the same dream</a></p>
<p>Molleindustria</p>
<p>Music by Jesse Stiles</p>
<p>The game, except for the music, is licensed under a Creative Commons License</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-1823 aligncenter" title="everyday" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2010/01/everyday-300x97.gif" alt="everyday" width="300" height="97" /></p>
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		<title>happy new year 2010 built with processing</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Dec 2009 15:37:31 +0000</pubDate>
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Tender and irresistible new year cart built with processing by Golan Levin and friends.
thanks!


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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1813" title="golan1" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2009/12/golan1-300x163.jpeg" alt="golan1" width="300" height="163" /></p>
<p>Tender and irresistible <a href="http://www.flong.com/storage/experience/newyear/newyear10/index.html" target="_blank">new year cart</a> built with processing by Golan Levin and friends.</p>
<p>thanks!</p>
<p><a href="http://www.flong.com/storage/experience/newyear/newyear10/"><br />
</a></p>
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		<title>Postcinema: Giacomo Verde</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 16:12:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Giacomo Verde

di Simone Arcagni
Ho incontrato Giacomo Verde al convegno &#8220;Cinema italiano e culture europee&#8221; organizzato da Giorgio De Vincenti e Marco Maria Gazzano (Roma 13-16 dicembre). Aspettando di postarvi un&#8217;intervista che sto organizzando, vi voglio segnalare il suo sito dove potrete trovare video, dichiarazioni, informazioni di e su questo artista che fa del video un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giacomo Verde</p>
<div id="attachment_1806" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1806" title="giac04" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2009/12/giac04-300x225.jpg" alt="giac04" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Giacomo Verde </p></div>
<p style="text-align: center;">
<p>di Simone Arcagni</p>
<p>Ho incontrato Giacomo Verde al convegno &#8220;Cinema italiano e culture europee&#8221; organizzato da Giorgio De Vincenti e Marco Maria Gazzano (Roma 13-16 dicembre). Aspettando di postarvi un&#8217;intervista che sto organizzando, vi voglio segnalare il suo sito dove potrete trovare video, dichiarazioni, informazioni di e su questo artista che fa del video un attivismo artistico, sociale e politico, una militanza visiva (penso a Solo Limoni sul G8 di Genova). Tra i primi e più convincenti artisti italiani ad occuparsi di tecnologie e a progettare opere interattive, Verde attraversa il teatro e il video, le arti visive, le nuove tecnologie e i media alla ricerca di forme nuove di espressione e di racconto. Ama definirsi &#8220;technoartista&#8221;&#8230; vi lascio una sua intervista del 2006:</p>
<p>via<a href="http://simonearcagni.nova100.ilsole24ore.com/2009/12/giacomo-verde.html"> Postcinema: Giacomo Verde</a>.</p>
<p><object width="425" height="344" data="http://www.youtube.com/v/LcznN1hdVSo&amp;color1=0xb1b1b1&amp;color2=0xcfcfcf&amp;hl=it_IT&amp;feature=player_embedded&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/LcznN1hdVSo&amp;color1=0xb1b1b1&amp;color2=0xcfcfcf&amp;hl=it_IT&amp;feature=player_embedded&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
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		<title>nephogram [*~] - Ramon Moro _ Magma</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 15:35:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[
via Nephogram
electronic_copyleft net.label
Ramon Moro
In solo trumpet, fluegelhorn, effects, loops
You are free to share,
to copy,  distribuite  and  transmit  the  work
_______________________________________________________
Ramon Moro
Magma
Born in Turin in1975, he started to study trumpet at 11 years old. Sergio Bongiovanni was his teacher: first he set up classic studies, then he turned to a musical research closer to jazz. He attended [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1794" title="magma" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2009/12/magma-300x240.jpg" alt="magma" width="414" height="240" /></p>
<p>via <a href="http://www.nephogram.net/?p=1492">Nephogram</a></p>
<p>electronic_copyleft net.label</p>
<p>Ramon Moro</p>
<p>In solo trumpet, fluegelhorn, effects, loops</p>
<p>You are free <strong>to</strong> <strong>share</strong>,</p>
<p>to copy,  distribuite  and  transmit  the  work</p>
<p>_______________________________________________________</p>
<p>Ramon Moro</p>
<p><a href="http://www.nephogram.net/?p=1492" target="_blank">Magma</a></p>
<p>Born in Turin in1975, he started to study trumpet at 11 years old. Sergio Bongiovanni was his teacher: first he set up classic studies, then he turned to a musical research closer to jazz. He attended for two years the Laboratorio Permanente di Ricerca Musicale in the Fondazione Siena Jazz with the pianist Stefano Battaglia.</p>
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		<title>Facebook Threatens Artists with Lawsuit</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 15:07:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[
By Jasmina Tesanovic - Posted on December 27th, 2009
Facebook Threatens Artists with Lawsuit
It all started as Net.Art &#8212; an act of Net Hacktivism. &#8220;Les Liens Invisibles&#8221; are the Invisible Connections, Italians famous for creating disruption with fake websites. Their motto is &#8220;Don’t Blame the Fake, Become the Fake.&#8221;
A Catholic politician once censored an net.art site [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1788" title="sepp_03" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2009/12/sepp_03.jpg" alt="sepp_03" width="482" height="440" /></p>
<p>By Jasmina Tesanovic - Posted on December 27th, 2009</p>
<p>Facebook Threatens Artists with Lawsuit</p>
<p>It all started as Net.Art &#8212; an act of Net Hacktivism. &#8220;Les Liens Invisibles&#8221; are the Invisible Connections, Italians famous for creating disruption with fake websites. Their motto is &#8220;Don’t Blame the Fake, Become the Fake.&#8221;</p>
<p>A Catholic politician once censored an net.art site which denounced priests as pedophiles. Les Liens Invisibles counterstruck by creating a fake website for the politician.</p>
<p>Next they tried a fatter target: Facebook, the biggest, bossist and most intrusive of the major social networks. They creating an &#8220;antisocial network,&#8221;</p>
<p>Seppukoo.com,</p>
<p>which uses the same social techniques as Facebook, but to opposite effect.</p>
<p>This Seppukoo site offers a glorious Japanese-style exit to the swarming hundreds of millions of Facebook users. Seppukoo will swiftly erase your profile and create a memorial page, while the news of your demise will be sent off to all your Facebook contacts.</p>
<p>&#8220;Impress you friends and disconnect yourself.&#8221; This is the slogan which the site uses to present the formal escape from Facebook captivity.</p>
<p>&#8220;Rather than fall in the hands of their enemies, the old Japanese samurai preferred to commit suicide honorably and willingly with a sword in their abdomen&#8221;, says the site&#8217;s helpful explanation.</p>
<p>The goal of this site is to unite all of Facebook&#8217;s disappointed users in one massive, viral, ecstatic wave of virtual suicide.</p>
<p>You just register, choose your model of eternal peace, click and your Facebook profile will be dis-activated. Seppuko will send the news of your virtual death to all your friends of the dead and they will be able to comment on a memorial page.</p>
<p>If you decide after that your death was a mistake, or just a stunt to register your growing discontent with a site that treats your privacy as their blank check then you can easily return to Facebook life with a single click.</p>
<p>This intervention premiered during the Share festival / Digital Art in Turin Italy, and was part of the exhibition “Market Forces”. Seppukoo was net.art as viral marketing. The effort started on November 3 2009 but very soon 300 000 users swarmed by. It caught the eye of the world press. Share art director Simona Lodi, thanks to her numerous Facebook contacts, rapidly became the world&#8217;s most famous Facebook suicide victim.</p>
<p>Even CNN reported puzzled on the nature of the issue. That is exactly what the activist wanted: to question the authority and legality of a social network, who clearly makes up its own rules as it goes.</p>
<p>However, they didn&#8217;t plan or expect a direct legal counterattack from Facebook. Facebook through its legal representative &#8212; a firm which works for Google, Intel, Microsoft, AT&amp;T, as well as President Obama himself , gave them an ultimatum to disappear by 22 December. The legal grounds of their threat is based, rather oddly, on the &#8220;protection of the privacy&#8221; of Facebook users.</p>
<p>The answer of the internet performers is that Seppukoo is a nonprofit, non commercial, artistic website. They further state that the data in question belongs to Facebook users and never belonged to the Facebook management. This is the core of the matter: Facebook users have voluntarily forwarded their data to Seppukoo and anti- networked on their own.</p>
<p>Surely every individual should have the right to disconnect from his/her own virtual life. But by whose rules?</p>
<p>&#8220;The &#8220;Les liens invisibles&#8221; group will cheerfully delete all of the information on the www.seppukoo.com website &#8212; but only if the owners of such information request it. Facebook has not yet committed suicide, so why should it wipe out this data through a legal threat?</p>
<p>Simona Lodi claims that this artwork clarifies the role of the individuals in a social network. When hidden economic interests pop out, individual users can swiftly see themselves in a surprising new role: as valuable mass commercial property for enterprises studying their every move.</p>
<p>The Italian avant-garde has not yet lost its long tradition of audacity. Net.artists, don&#8217;t get arrested without a photographer around</p>
<p>Jasmina Tesanovic&#8217;s blog</p>
<p>via <a href="http://zokster.net/drupal/node/4192" target="_blank">http://www.seppukoo.com/ | zokster</a>.</p>
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		<title>SmartRM: condividi, ma in modo intelligente</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 13:42:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
Ieri sono stato alla rpesentazione del software SmartRM, realizzato da SmartRM, una società fondata da tre torinesi nel 2008. Il software è stato sviluppato all&#8217;interno degli spazi dell&#8217;incubatore del Politecnico, dove è stata realizzata anche la presentazione della versione BETA del software.
SmartRM è un software che si occupa della protezione dei propri file. Questa tematica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2009/12/smartrm.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1780" title="smartrm" src="http://www.toshare.it/toshare09/wp-content/uploads/2009/12/smartrm.jpg" alt="smartrm" width="478" height="376" /></a></p>
<p>Ieri sono stato alla rpesentazione del software SmartRM, realizzato da<a href="http://www.smartrm.com"> SmartRM</a>, una società fondata da tre torinesi nel 2008. Il software è stato sviluppato all&#8217;interno degli spazi dell&#8217;incubatore del Politecnico, dove è stata realizzata anche la presentazione della versione BETA del software.</p>
<p>SmartRM è un software che si occupa della protezione dei propri file. Questa tematica oggi viene afrfontata quasi sempre dal punto di vista dei grandi produttori di contenuti, come le compagnie di entertainment, il cui obiettivo è quello di ricavare il maggiore numero di soldi dai contenuti digitali. In pochi si occupano della protezione dei file dei cosiddetti &#8220;piccoli&#8221; produttori di contenuti come siamo tutti noi.</p>
<p>Oggigiorno ci capita sempre più spesso di condividere vari tipi di contenuti, quali immagini, video, documenti di testo, attraverso Internet e in particolare sulle piattaforme di social network. SmartRm permette di decidere quali persone e con quali diritti di accesso potranno vedere i nostri contenuti. SmartRM mette nelle mani dell&#8217;utente finale degli strumenti di protezione della privacy che le grandi aziende dell&#8217;entertainment utillizzano unicamente per proteggere i diritti artistici.</p>
<p>Il problema generato dalla costante condivisione di file sui social network è che è interesse dell&#8217;utente finale, non solo proteggere i propri diritti sui contenuti prodotti, ma anche proteggere la propria privacy. Con SmartRM è facile, poichè il software è un plug-in di Firefox, che è in grado di importare i propri network di amici da Facebook e Twitter, e quindi con una semplice interfaccia grafica permette di definire i diritti su ogni contenuto condiviso per ogni destinatario.</p>
<p><a href="http://www.smartrm.com/smartrm-load/download.html" target="_blank">Scarica SmartRM &gt;&gt;&gt;</a></p>
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		<title>Available online for free</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 12:37:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Random Magazine - New Media Art / E-Culture » Share</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Evan Roth is distribuiting free stickers to anyone interested in taking part in his project "Available online for free". He writes: "Instructions are simple.... email your mailing address to stickers[at]evan-roth.com When the stickers arrive in the mail put them up in a location that you find appropriate, take a picture ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Evan Roth is distribuiting free stickers to anyone interested in taking part in his project &#8220;Available online for free&#8221;. He writes: &#8220;Instructions are simple&#8230;. email your mailing address to stickers[at]evan-roth.com When the stickers arrive in the mail put them up in a location that you find appropriate, take a picture &#8230;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Suicidio digitale: Facebook non ci sta e attacca Seppukoo</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 16:45:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Lodi</dc:creator>
		
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via
Suicidio digitale: Facebook non ci sta e attacca Seppukoo &#124; Marketing Non Convenzionale - Ninja Marketing.
Suicidio digitale: Facebook non ci sta e attacca Seppukoo
Suicidio digitale: Facebook non ci sta e attacca SeppukooQualche tempo fa vi avevamo parlato di Seppukoo, sito che consentiva a chi volesse privarsi di Facebook di farlo in modo plateale e coreografico, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.ninjamarketing.it/2009/12/17/suicidio-digitale-facebook-non-ci-sta-e-attacca-seppukoo/"><img class="aligncenter" src="http://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2009/12/about_tab_home-300x210.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a></p>
<p>via</p>
<p><a href="http://www.ninjamarketing.it/2009/12/17/suicidio-digitale-facebook-non-ci-sta-e-attacca-seppukoo/">Suicidio digitale: Facebook non ci sta e attacca Seppukoo | Marketing Non Convenzionale - Ninja Marketing</a>.</p>
<p>Suicidio digitale: Facebook non ci sta e attacca Seppukoo</p>
<p>Suicidio digitale: Facebook non ci sta e attacca SeppukooQualche tempo fa vi avevamo parlato di Seppukoo, sito che consentiva a chi volesse privarsi di Facebook di farlo in modo plateale e coreografico, ovvero inscenando un vero e proprio suicidio digitale, con tanto di messaggio d’addio e memorial page.</p>
<p>Bastava inserire indirizzo mail e password di Facebook, seguire le istruzioni ed eccovi in pochi passi liberi dal vostro amato/odiato Social Network.</p>
<p>Il progetto è italiano ma ha avuto subito visibilità globale, tanto che ne ha parlato anche la CNN:</p>
<p><a href="http://edition.cnn.com/video/data/2.0/video/living/2009/12/11/elam.seppukoo.fb.suicide.cnn.html" target="_blank">qui</a></p>
<p>Ebbene, sembra che l’iniziativa sia arrivata anche davanti agli occhi di Marck Zuckerberg, che non deve averla presa proprio benissimo. Pare infatti che il Team di Facebook abbia inviato, tramite i suoi legali, una lettera ai responsabili di Seppukoo.</p>
<p>Un lettera non proprio amichevole,</p>
<p>visto che contiene un preciso ultimatum: Seppukoo deve sparire non solo da Facebook (dove l’applicazione è già stata censurata) ma anche dall’intera Rete entro il 22 dicembre.</p>
<p>La principale motivazione dell’azione sarebbe la salvaguardia della privacy degli utenti a cui – stando alla lettera – Facebook terrebbe più di ogni altra cosa. Ma questo sembra un eufemismo per nascondere i veri motivi dell’attacco, probabilmente commerciali.ù</p>
<p>Al di là di ciò, che ci sia stata una reazione è piuttosto comprensibile. Facebook è prima di tutto un’azienda, e come tale si è sentita minacciata da un sito che invitava gli utenti a rompere il rapporto con essa. Certo, vista così rimane fuori il lato scherzoso – quasi goliardico – del Seppukoo che oltretutto è pienamente reversibile. Sarebbe interessante sapere quanti dei suicidi digitali facciano poi ritorno in realtà su Facebook.</p>
<p>I ragazzi di Seppukoo per ora hanno risposto con un piccolo comunicato in homepage e si stanno mobilitando per decidere il da farsi, valutando ovviamente tutte le possibilità.</p>
<p>Vedremo come si evolverà la faccenda, a partire dalla scadenza dell’ultimatum il 22 Dicembre…vi terremo aggiornati!</p>
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